Dopo la caduta (“After the fall is over there’ll be a better day”. Ray Davies, 2006)

“Ci incontriamo direttamente. Lo stato ha la fibra ottica, ma contro di noi il potere non può nulla. Più hanno potere, più sono indifesi. Ci incontriamo con gli occhi, con le parole e gli sguardi”.

Mentre ero in clinica reggevo sempre il libro di DeLillo con la mano destra; sull’avambraccio sinistro avevo un accesso venoso che mi rendeva simile a una macchina e spesso ero collegato a una flebo. La clinica era a metà tra un racconto di Carver e uno di Edward Bunker e alla fine me ne sono andato. Appena giunto nella casa in montagna ho controllato i CD, giorni senza musica mi avevano reso famelico, la collezione era scarsa e comprendeva solo quelli dimenticati lì dall’ultima visita: inserisco nel lettore “Conversation with myself” di Bill Evans e cerco finalmente di dormire, senza riuscirci, ho ancora in mente alcune parole che posso quasi toccare e inizio a toglierle dal mio corpo, dalla mia mente.

L’ultimo romanzo di DeLillo mi ha tenuto compagnia con la sua scrittura al limite dell’apnea. La struttura solida di ogni frase, che diventa un oggetto, ricorda i tempi di “Underworld”, suo capolavoro insuperato. “L’uomo che cade” è il racconto dell’Undici Settembre. Scandito in tre sezioni, ognuna intervallata da brani riguardanti la preparazione dell’attentato.
Keith Neudecker si salva tra il fumo e le macerie dall’attacco e torna a casa dalla moglie da cui si è separato da un po’ di tempo. Lianne, da parte sua, accoglie il marito e la pace famigliare, insieme al figlio Justin, pare ricostituirsi lentamente: “Siamo di nuovo pronti a sprofondare nelle nostre piccole vite”.
Ma il vuoto delle torri viene colmato da situazioni in bilico sul bordo estremo della follia: i bambini che scrutano il cielo con un binocolo in attesa di altri aerei, un artista che simula, grazie a un’imbracatura, una caduta, come quella di un uomo lanciatosi dal World Trade Center, mentre per Keith i ricordi rivivono con progressiva intensità per annullarsi poi nelle partite a poker, nei gesti ripetuti della fisioterapia.
Una donna ascolta musica orientale.
Un quadro di Morandi nasconde nelle forme della natura morta l’oscura presenza delle torri.
L’amante tedesco della madre di Lianne discute animatamente di politica: “Una cosa del genere la si costruisce soltanto per vederla crollare. La provocazione è evidente. Altrimenti perché spingersi così in alto, e poi raddoppiare, farlo due volte? In fin dei conti è una fantasia, perché non realizzarla due volte? In pratica è come dire: "Ecco qua, ora buttatela giù"”.
E a poco a poco il lettore viene trasportato tra ricordi, situazioni e incontri nel cuore delle cose. E’ una vita che pulsa in maniera aritmica, come una camicia che cade dal cielo agitando le braccia come niente su questa terra…

In “Underworld” compare una scena che non riesco a collocare nel libro immenso, ricordo lo schioccare degli ombrelloni della Martini su una terrazza e le Torri lì vicino in costruzione, una presenza che sembra già incombere su tutto quanto la circonda. DeLillo ha, come sempre, la capacità di condensare in poche righe vite intere e nelle circa duecentocinquanta pagine di “L’uomo che cade” crea un mondo o ricrea IL mondo attraverso “i punti di intersezione tra intuito e memoria che l’arte della scrittura consente”. Un lavoro denso, dove l’aria pare diventare sempre più rarefatta fino alla conclusione che ci riporta nel caos di quel giorno, quando attentatori e vittime invocavano tutti il nome di Dio.
Bill Evans sta sfumando e ora forse riuscirò a dormire. In questa domenica nebbiosa non si vedono aerei nel cielo.


Don DeLillo, L'uomo che cade (Falling Man)
ed. or. 2007, trad. M. Colombo, pp. 254, 17,50 euro, Einaudi, 2008
Febbraio 2008


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