Sull’ultimo numero della rivista "Fernandel" (4/2002) avevo letto un racconto molto bello, uno di quelli che leggi e poi ti resta come un rospo in gola che non riesci a mandar giu`, ne` a sputar fuori. Non a caso quel racconto di Grazia Verasani si intitolava La ragazza dei rospi. Una vicenda notturna e sporca che affonda lo sguardo in un aspetto marginale della nostra societa`. Confesso che a fine lettura ho fatto un salto sulla sedia perché la storia non mi e` apparsa solo buona, ma diversissima dalle tante da me lette nell’ultimo periodo. Aveva un taglio veloce, eppure riusciva a dire tutto. Uno sguardo umile, ma impietoso.
Una storia breve che pero` racconta una montagna di cose: per niente banali, comiche o giovanilistiche, come ora va tanto di moda. Per questo La ragazza dei rospi mi aveva colpito assai favorevolmente e sorpreso: Grazia Verasani in pochissime pagine dava prova di una straordinaria maturità narrativa.

La scrittrice bolognese ha fatto il suo esordio nel mondo letterario nel 1999 con L’amore e` un bar sempre aperto, seguito nel 2001 da un altro romanzo che ha avuto un buon successo di pubblico e di critica: Fuck me mon amour (2001).
Ora lo stesso editore dei due libri precedenti, il meritevole Fernandel, pubblica una raccolta di racconti, Tracce del tuo passaggio. Qui ritroviamo la storia di cui ho parlato sopra, e tante altre: particolari, strane, dure, bellissime. Come per esempio Melissa melassa, il racconto di una bambina povera e sfortunata che stringe il cuore e a fine lettura capita di domandarsi: "Che fine faranno da grandi tutte le Melisse melasse?".
Sono trenta le storie qui riunite. Forse un po’ troppe. Sì, però sono brevi, eh, brevissime. Non superano mai le sei pagine, e ce ne sono parecchie da due. Dico subito che tutti i racconti hanno un finale cupo, malinconico, se non drammatico come in Melissa melassa. O addirittura tragico come Sorella della notte o in Tracce del tuo passaggio, dove la giovane protagonista portata in fin di vita in ospedale continua a mentire e a delirare. Mente perche` sa che sta morendo e vuole avere l’illusione d’aver vissuto una vita diversa, piu` bella di quella che il destino le ha regalato.
La Verasani e` una che rischia: c’e` un pessimismo di fondo che fa paura. Sarebbe stato facile, in chiusura, pigiare sui tasti dolci, squillanti. Magari un accordo a sorpresa per tranquillizzare il lettore, rassicurarlo, donargli una speranza. No. Qui si va fino in fondo, non si bara e le tragedie restano tragedie. Il veloce passaggio dei tanti protagonisti di queste brevissime storie lascia soltanto delle labili tracce. Nulla di piu`, ma sono tracce che a lungo resteranno impresse nella nostra memoria.
Racconti assai diversi l’uno dall’altro eppure tutti hanno un fondo comune e danno lo stesso risultato: il dramma, il dolore, il vuoto. Nelle nostre abitazioni private accade di tutto, sono il palcoscenico della disperazione umana. Poco o nulla trapela all’esterno. Il tempo che trascorre non porta miglioramenti, non regala speranze ne` la sospirata felicita`. Al contrario, e` una fabbrica di delusioni, di vuoti paurosi in cui ci si perde: il tempo distacca le persone, annacqua i sentimenti.

Il ritmo musicale è spezzettato, jazzistico. Fatto di piccoli spostamenti, di note brevi, strozzate, d’improvvisazioni, di frammenti, sì, ma essenziali. Dai racconti viene fuori una visione crudele della vita. A volte trapela un senso di rancore per come le cose sono, per come vanno, ma non c’e` mai cinismo o distacco "scientifico". Forse per questo le storie qui raccolte mi hanno fatto venire in mente non tanto quelle nostalgiche di Claudio Piersanti, come e` stato suggerito in una recensione, ma quelle – assai piu' dure – di Stig Dagerman. C’e` anche la lezione di Raymond Carver, certo, in questo minimalismo tragico che punta all’essenziale. Pero` lo stile è ancora piu` asciutto, stringato, talvolta lapidario, da romanzo noir:
Non ho bisogno di vederti per pensarti. Infatti, sono passati molti mesi dall’ultima volta. Era notte. Inverno. La città quieta come una tomba.

Una quotidianita` plumbea e sporca, opposta a quella patinata e sempre sorridente che ci propina ogni giorno la pubblicita` (non solo quella televisiva). La scrittrice bolognese riesce a dare il giusto risalto ai drammi umani con poche, tornitissime frasi. Gli amori, le amicizie, le relazioni sono sempre instabili, provvisorie, hanno sempre qualcosa di problematico. Così come l’amore che è inaffidabile, sempre traballante e misterioso.
Il libro pullula di personaggi, di gente comune. I protagonisti delle storie vivono un senso di inadeguatezza, sono prossimi alla disfatta, e ne sono coscienti. Non lottano piu`, si adeguano o, meglio, si adattano per assorbire meglio i colpi. Sono fragili, indecisi, svuotati. C’e` la voglia di tradire e di essere fedeli. D’uccidersi o cominciare a vivere piu` intensamente. D’amare di piu` o distaccarsi dalla persona amata (per soffrire di meno o per paura di dover soffrire). In modo netto emerge la paura della morte e il contrasto giovinezza/vecchiaia, che sono divenute le ossessioni primarie della nostra societa`. Tra un racconto e l’altro molte sono le sfumature e le sottigliezze psicologiche, anche se poi alla fine il sapore della sconfitta puo` essere identico. Qui sotto riporto un pezzo tratto da Il rumore del mondo, uno dei racconti più belli e significativi della raccolta:
Da quando sono nata, tutto cio` che mi succede intorno m’invischia. Non possiedo il dono del distacco: io non sono un medico. Forse ai medici succede che quel che vedono ogni giorno gli toglie la paura. Se no, cambierebbero mestiere. Ho cercato di mettermi nei panni di tutti, di medici e pazienti, e mi e` venuta l’ansia: mio padre e` morto l’anno scorso. [...]
Per scacciare il ricordo di mio padre, ho cercato di pensare a qualcosa che mi distraesse, ma in un pronto soccorso e` difficile, e` come stare in mezzo a una guerra con una fifa blu di crepare. Il rumore che avevo nella testa si confondeva con il rumore del mondo: brusii, lamenti, sospiri. C’è sempre un momento in cui si crolla e non si sa perche`.
"Siamo i bambolotti del destino" ha detto la vecchia, "lo dico sempre io che la morte e` la fine di tutti i nostri mali".

Insomma Tracce del tuo passaggio è un libro che merita d’essere letto con la massima attenzione. Anche perche` i testi sono brevi, asciutti, essenziali: eppure a fine lettura lasciano il segno. Che puo` essere l’amaro in bocca, o un sapore che brucia sulla lingua. Un graffio nella propria coscienza, un occhio piu` grande, vigile o preoccupato. Una statura piu` alta per riuscire a vedere meglio le cose, una postura da ricercatore, da fotografo, o il passo felpato di chi avanza nel buio.
Queste rapidi prose provocano un insolito "effetto fucilata": ci colpiscono, e a lungo rimbombano dentro. Ci fanno vedere delle cose sommerse o marginali, ci parlano di un mondo che altrimenti resterebbe fuori della nostra portata. La scrittura e` sempre fulminea e precisa. Afferra alla gola per il taglio obliquo, che tralascia particolari magari scontati per avere il tempo di soffermarsi su quelli secondari, nascosti. C’e` come una condensazione della storia che pero` non si fa mai incomprensibile ne`, tantomeno, astrusa: quello di Grazia Verasani e` un realismo esistenziale. Si resta sempre bene ancorati ai dati concreti, anche se poi qualche racconto puo` risultare insolito, o provocare un senso di straniamento. Cosa che accade perché e` come se un periscopio scrutasse in zone a noi sconosciute, non raggiungibili con una vista normale.
Tracce del tuo passaggio non è soltanto un libro bellissimo, ma necessario.


Grazia Verasani, Tracce del tuo passaggio
2002, Fernandel, pagg. 124, 12 euro


Nota bibliografica
Grazia Verasani e` nata a Bologna nel 1963, dove tutt’ora vive. Oltre che a scrivere ottimi libri e` autrice di testi teatrali (From Medea), attrice e cantautrice (nel 1995 ha vinto il Premio Recanati e nel 1996 ha realizzato il cd Nata mai).

2002 Tracce del tuo passaggio (Fernandel)
2001 Fuck me mon amour (Fernandel)
1999 L’amore e` un bar sempre aperto (Fernandel)



Roma, 18 dicembre 2002


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