|
Giulio Leoni, I delitti del mosaico, "Omnibus", Mondadori, pp. 321, € 17,00
Che Dante Alighieri, sommo poeta nostro e maestro indiscusso dell'idioma volgare sia stato, tra le altre cose, provetto investigatore criminale, non risulta, che io sappia, dalle fonti. È noto il suo impegno civile e si sa che fu eletto, tra il luglio e l'agosto dell'anno 1300, nel collegio dei Priori della città, ma non credo che quei magistrati avessero, tra le altre, funzioni di polizia criminale. Ma tant'è: il giallo storico, un sottogenere il cui successo ha travolto, ormai, le riserve di certi critici barbogi, ha le sue leggi e non c'è figura del passato che non sia a rischio di ricalcare, a modo suo, le orme di Sherlock Holmes. Dante è già stato tirato in ballo, 700 anni dopo il suo viaggio nell'Aldilà, dal bravo Giulio Leoni, che, con I delitti della Medusa ha vinto il Premio Tedeschi 2000, e ritorna oggi, per la penna dello stesso autore, a indagare sulla misteriosa morte di maestro Ambrogio, il sommo mosaicista che lavorava nella badia fuori porta dove si riunisce il consesso di dotti incaricati da papa Bonifacio di fondare anche a Firenze uno Studium paragonabile a quelli di Bologna o Parigi. E pur testone, ostinato e un po' troppo concentrato sull'aspetto politico dei problemi, quale lo conosciamo da altre letture, se la cava - tutto sommato - benissimo. Riserve teoriche a parte, il romanzo è molto divertente e vi si ritrova tutto quanto è lecito aspettarsi da un'opera del genere, oltre alla presentazione da vicino di un personaggio per altri versi famoso: un enigma ingegnoso, un'impeccabile ambientazione storica e la partecipazione, più o meno straordinaria, di un certo numero di celebri comprimari, da Cecco Angiolieri al cardinale di Acquasparta. Vi ci si trova, fortunatamente, anche qualcosa di più. Leoni è scrittore dai molti interessi e oltre che di Medioevo si è occupato parecchio di futurismo e altri fenomeni culturali del primo '900: non c'è da stupirsi se il suo Trecento fiorentino è molto filtrato da una sensibilità moderna e assume, a volte, un che di onirico, di allucinato che ricorda un po' i pastiches medioevali del tardo romanticismo, dannunziani o preraffaeliti che siano. E poi l'allegra improntitudine della soluzione finale ci fa capire che tutto ciò non va preso completamente sul serio, nel senso che quello che conta è il piacere di leggere una bella storia, per quanto improbabile. Da questo punto di vista, qualsiasi cosa pensiate del sottogenere storico, non sarete delusi. 16 Febbraio 2004 |
![]() | |||
| [ Home ] | [ Recensioni ] | [ GiallOliva ] | [ Top ] |







