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Giuseppe Gaudenzi, Il caso di Platone, Zadig, 154 pp., € 15,00
Permettetemi di parlarvi, oggi, di un volume un po' inconsueto, a partire dall'editore, visto che la Zadig, presso cui esce Il caso di Platone di Giuseppe Gaudenzi, è una casa che si è distinta più nel campo della divulgazione scientifica che in quello della narrativa. Ma appunto: la pubblicazione è un omaggio che gli amici di quel collettivo hanno voluto fare a uno di loro che ci ha prematuramente lasciato, lasciando in eredità questo singolare romanzo. E anche se di prodotti del genere è lecito, in genere, dubitare, questa volta ci troviamo tra le mani un'opera che merita di essere segnalata e conosciuta. È la storia di medico di Albaro che si vede stramazzare in studio un collega antipatico. Niente di particolarmente delittuoso: è un caso lampante di infarto. Ma il protagonista ha una vecchia ruggine con la polizia, per via di certi vaghi pregressi sessantottini, e questo basta a istaurare in lui quell'atteggiamento competitivo su cui si fonda, si sa, il nostro genere preferito. Si lancia in una serie di collegamenti audaci (la morte, due giorni prima, di un barbone a Nervi, lo strano comportamento della presunta amica del defunto, eccetera), segue una pista labilissima da Genova a Camogli a Nizza e, scava che ti scava, giunge a una verità inattesa. Non sono le sue, come si potrebbe supporre, delle indagini alla Sherlock Holmes. Non aspettatevi indizi e deduzioni brillanti. Il dottor Platone Accardi non sembra particolarmente dotato in merito. Non c'è niente in lui dell'investigatore geniale ed eccentrico caro alla tradizione. Siamo, piuttosto, sul versante del thriller, come si addice, peraltro, a una vicenda abbastanza sanguinosa, che allinea in 154 pagine quattro morti ammazzati, un tentato suicidio, un rapimento, una sparatoria, per non dire di pedinamenti, risse e inseguimenti vari. Ma è uno strano thriller, scritto in un tono elegante, svagato, piacevolmente ironico, lontanissimo, in apparenza, da quello del giallo d'azione. Il protagonista, mite e cortese qual è, reagisce alle molte turpitudini in cui sui imbatte solo con sincero rammarico e un certo, vago, imbarazzo. Dell'eroe dell'hardboiled gli appartiene solo la determinazione a voler andare avanti a tutti i costi di fronte alle verità provvisorie di cui le autorità sono più che disposte ad accontentarsi. È evidente che l'autore ha lavorato molto sulla lezione del primo Simenon, ma non c'è niente di imitativo nel suo modo di sviluppare il modello. E l'inopinata conclusione politica ci trasporta in un'atmosfera di impegno civile che in questi tempi malinconici non capita spesso di respirare. Un'opera singolare, insomma, che si può ascrivere all'impegno di un dilettante, solo se ci si attiene al senso alto del termine. 26 Gennaio 2004 |
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