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Stella Duffy, La settima onda (Wavewalker, 1996), tr. it. di Fabio Zucchella, "Black" - Marsilio, pp.291, € 13,50
Stella Duffy, neozelandese trapiantata a Londra, ha goduto, qualche anno fa, di un certo successo di scandalo con Calendar Girl, un discreto noir di scuola britannica, che, tuttavia, giocava soprattutto sul fatto di rappresentare, a modo suo, una specie di manifesto della cultura gay femminile dell'epoca, un sistema di valori e uno stile di vita cui la protagonista, l'investigatrice privata Saz Martin (come - suppongo - l'autrice) sembrava aderire senza riserve. La cosa, in se, non mi aveva interessato più che tanto, visto che le preferenze sessuali e i costumi degli autori e dei personaggi della narrativa mi sono sempre sembrati importanti soltanto nella misura in cui entrano nella storia, la motivano, la problematizzano o ne vengono problematizzati, il che non era esattamente il caso, nel senso che una volta appurato che l'eroina era gay la faccenda tendeva a finire lì. Ma la ragazza era simpatica (anche se un po' sfigatella) e fa piacere ritrovarla, qualche anno dopo, in un romanzo un po' più maturo e articolato. La nostra Saz, che non è più così ostentatamente single, avendo raggiunto un apprezzabile livello di equilibrio emotivo con l'amata Molly, è libera di occuparsi, su incarico di una misteriosa committente anonima, della carriera di Max North, una specie di guru new age che ha creato, tra San Francisco e Londra, un vero e proprio impero psicoterapeutico, nei cui centri accorrono, previi congrui esborsi, tanto i potenti della terra quanto le masse bisognose di aiuto spirituale. Che l'individuo sia piuttosto un cialtrone lo si capisce subito, come subito si intuisce che la sua ascesa è stata segnata da ogni sorta di orribili puttanate, ma l'autrice non bada a spese e ha gravato questo archetipo del successo maschile di tante di quelle perversità da bastare per tre o quattro libri. Il che non impedisce, stranamente, che il romanzo sia, tutto sommato, ben riuscito, sospeso com'è a mezza via tra la commedia di costumi brillante e lo splatter puro, grazie a una trama ben costruita e meno prevedibile di quanto non sembri a prima vista e all'indubbia capacità dell'autrice di caratterizzare con vivacità ambienti e personaggi. Non siamo ancora al capolavoro, naturalmente, ma la Duffy è un'autrice in crescita e si capisce. Che le Muse, se non proprio Apollo, la assistano. 19 Gennaio 2004 |
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