Percy Kemp, Il sistema Boone (Le système Boone), tr. it. di Jacopo De Michelis, "Farfalle" - Marsilio, pp. 307, € 305

Avete letto tutti Le Carré, naturalmente, e sapete perfettamente, dunque, quale sentina di stoltezze e perversioni rappresentino i grandi centri di intelligence: strutture in cui la ricerca della verità, sia pure nella dimensione un po' autoreferenziale che caratterizza il mondo dello spionaggio, passa decisamente in secondo piano rispetto alla necessità di perseguire i feroci intrighi dipartimentali e gli oscuri progetti messi in opera da funzionari che pensano soprattutto alla propria carriera. Ma quel mondo vi sembrerà un'oasi fragrante di idealismo e professionalità quando lo avrete confrontato con quello descritto da Percy Kemp, che, anche se forse non può ancora dirsi "il degno erede di Le Carré", come assicura, sull'autorità di "Le Monde", la quarta di copertina di questo Sistema Boone, ha certamente al suo arco un certo numero di frecce, come dire, appuntite. L'autore, che, forse per accentuare in forma chiastica la simmetria con il suo grande modello, scrive in francese a onta di un nome britannico (ma si tratta, apprendiamo, di un sangue misto anglo libanese, e in Medio Oriente, si sa, succede di tutto…), mette sotto accusa, con perfida ironia e una straordinaria capacità di caratterizzazione dei vari personaggi, l'attività di una centrale spionistica britannica il cui principale problema, dopo l'11 settembre, è quello di riciclare in senso islamico un bagaglio di competenze e contatti che la fine della guerra fredda ha, ovviamente, reso obsoleto. E tutto andrebbe abbastanza bene, se non fosse che un agente di stanza a Beirut, un agente piuttosto lazzarone e amante della bella vita, si trova tanto bene sulle rive del Mediterraneo da agire sempre e comunque con l'unico obiettivo di restarci a tempo indeterminato e, possibilmente, senza dover lavorare. Succede così che un'operazione abbastanza banale, la defezione di un leader terrorista di un certo peso, dia origine, complice la generale imbecillità, a uno di quegli spaventosi massacri di cui la cronaca, in Medio Oriente e altrove, è tanto tristemente prodiga. E siamo, si badi, appena all'inizio di un romanzo forse un po' cinico, ma straordinariamente avvincente e ben scritto, dal quale anche i lettori non particolarmente appassionati di spy story possono attendersi le massime soddisfazioni. Sperando, naturalmente, che almeno in questo caso la realtà non si rispecchi al cento per cento nella narrativa, altrimenti sarebbero davvero guai per tutti.

24 Novembre 2003


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