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Dan Brown, Il codice Da Vinci (The Da Vinci Code), tr. it. di Riccardo Valla, "Omnibus" - Mondadori, pp. 523, € 18,60
Il vostro recensore ha un debole per i mysteries ambientati nel mondo dell'arte, tra grandi collezionisti e capolavori contesi, per cui si è accinto con entusiasmo alla lettura di questo Codice Da Vinci di uno sconosciuto Dan Brown (sconosciuto, si intende, per i lettori italiani: in realtà sembra sia già al quarto romanzo), che la Mondadori fa uscire negli "Omnibus" con l'immagine propiziatrice della Gioconda in copertina. È vero che bisognerebbe dubitare di chi usa quel toponimo come se fosse un cognome, ma è un vezzo diffuso negli Stati Uniti e pazienza. Né, in fondo, si resta delusi quando si capisce, abbastanza presto, di aver sbagliato sottogenere e che l'arte, nel caso, è solo un pretesto per introdurci nel mondo delle sette esoteriche e dei messaggi misteriosi. Ci sono autori, come Arturo Pérez-Reverte, che, a partire da quegli elementi, hanno assemblato dei capolavori, e in fondo, le opere d'arte sono gli unici manufatti che hanno un'alta probabilità di passare indenni da una generazione all'altra e rappresentano, quindi, il medium ideale per trasmettere alla posterità dei messaggi più o meno occulti e il tema di che cosa Leonardo avrà voluto celare nel manto della Gioconda o nel paesaggio della Vergine delle Rocce non sarà originalissimo, ma è promettente. Dan Brown, però, ha voluto esagerare. Nel Codice Da Vinci, oltre a Leonardo, alla Gioconda, e al solito studioso d'arte che scopre con stupore come la sua materia presenti, in questi tempi grami, dei risvolti inquietanti, ha voluto mettere praticamente di tutto: il papa, i vangeli apocrifi, i Templari, lo gnosticismo, l'Opus Dei, il Graal, la Maddalena, per non dire di un killer albino dalle forti motivazioni religiose, di una bella esperta in cifrari e decrittazioni e di un oscuro complotto ecclesiastico poliziesco che piacerà soprattutto ai lettori di tendenze anticlericali. Tanta abbondanza, si capisce, è un po' difficile da trattare, salvo che nelle storie di Martin Mystère e ne è risultato fatalmente un fumettone fin troppo ricco: l'ideale per chi ama i colpi di scena ripetuti, ma in una confezione, forse, un po' grossolana. Con quel materiale, insomma, si sarebbe potuto fare di più. Ma a me i fumettoni non dispiacciono e quanto ad anticlericalismo me la cavo abbastanza, grazie, per cui mi ci sono divertito lo stesso. Voi, tuttavia, stateci attenti: sono cinquecento pagine e passa e il rischio, una volta cominciato, di dover arrivare alla fine volenti o nolenti, non è da sottovalutare. Non venitemi a dire, poi, che non vi avevo avvertito. 17 Novembre 2003 |
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