I capolavori di Agatha Christie (Ten Little Niggers, 1939; The Murder of Roger Ackroyd, 1926; Murder on the Orient Express, 1934; 4,50 from Paddington, 1957), tr. it. di Beata della Fratina, Giuseppe Motta, Alfredo Pitta, Grazia Griffini), Oscar Grandi Classici - Mondadori, pp. 878, € 14,40

Non c'è niente di male, naturalmente, a ripubblicare in una collana che si autodefinisce di "grandi classici" quattro vecchi romanzi di Agatha Christie, anche se sono tutti largamente rinvenibili in altre, forse più convenienti, edizioni e se la definizione, in realtà, spetta solo a tre romanzi su quattro, visto che se L'assassinio di Roger Ackroyd, Assassinio sull'Orient Express e Dieci piccoli indiani sono sicuramente dei classici che più classici non si può, il più tardo Istantanea di un delitto è soltanto un discreto esempio dell'ultima maniera della scrittrice. Ma, insomma, era giusto che accanto alle due inchieste più celebri di Hercule Poirot e alla più famosa storia senza personaggio fisso della celebre giallista, ci fosse almeno un'avventura di Miss Marple, e se alla Mondadori hanno scelto quella avranno avuto i loro buoni motivi. Gli altri tre romanzi rappresentano, come forse saprete, tre casi clamorosi di apparente violazione del sistema di convenzioni su cui, all'epoca, si reggevano i gialli, nonché altrettante esemplificazioni del repertorio di tipi e casi umani caro all'autrice, per cui chi ancora non li conoscesse, chi si fosse accostato solo da poco al mondo del giallo, o chi volesse rimettere in discussione certi giudizi un po' troppo sommari che si sentono ripetere oggi sulla vecchia Agatha, non potrà che trarre giovamento dall'acquisto di questo elegante volume rilegato. Vi troverà tre (o quattro) storie che, a dispetto della loro sbandierata anomalia, funzionano perfettamente, tre straordinarie macchine da lettura che dimostrano come, se è vero che le trame e le strutture logiche della Christie sono, come si dice, piene di buchi che neanche un formaggio gruviera, la sua capacità di vendercele e farcele leggere, buchi e tutto, resta sovrana. Io, per quel che mi riguarda, avrò letto Assassino sull'Orient Express almeno una dozzina di volte, ma vi assicuro che una volta che ci ho buttato sopra lo sguardo non sono riuscito a smettere e ho finito per rileggermelo tutto per la tredicesima. La narrativa, si sa, non ha il dovere di essere né realistica né plausibile, ma quando, pur senza esserlo, riesce a farsi passare per tale, è sempre il caso di fare tanto di cappello all'autore.
Peccato, soltanto, che questo ghiotto boccone sia stato preparato, editorialmente parlando, con indicibile sciatteria. Ditemi voi se, con tanto materiale critico a disposizione, fosse proprio necessario utilizzare come introduzione un saggio di John G. Cawelti, che, per quanto tutt'altro che insignificante, ha il capitale difetto di fondarsi sull'analisi di due romanzi che in questa raccolta non compaiono affatto. O che senso può avere una bibliografia che elenca separatamente i titoli inglesi e quelli italiani senza prendersi la briga di metterli in rapporto tra loro, spiegando che cosa è la traduzione di che. Sarebbe stato più serio (e rispettoso per tutti, autrice e lettori) pubblicare soltanto i testi. Certo, se saprete accontentarvi di quelli non avrete da che pentirvene.

27 Ottobre 2003


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