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Piero Colaprico, L'estate del Mundial, "I mirti" - Tropea, pp. 223, € 10,00
Ricorderete tutti, immagino, Pietro Binda, il maresciallo dei carabinieri dal volto umano uscito dalla collaborazione di Piero Colaprico e Pietro Valpreda. È un bel personaggio, anche per chi non nutre una particolare simpatia per la Benemerita: il tipico burbero dal cuore tenero, ligio al dovere, ma capace di pensare con la sua testa, rispettoso, sì, della legge e dei regolarmenti, ma non al punto di essere schiavo dei formalismi, e, soprattutto, molto, ma molto milanese. O forse no: Binda, in realtà, è uno di quei milanesi di cui si è un po' perso lo stampo, tipi solidi, quadrati e capaci, ma non troppo alla moda, nel senso che sono orgogliosi della propria città, della sua laboriosità produttiva e dei suoi peculiari costumi, ma, al tempo stesso, non possono fare a meno di sentirsi perplessi di fronte al futuro che, per un motivo o per l'altro, le si annuncia. Sarà per questo che le sue storie sono ambientate in un passato non troppo remoto, ma inequivocabilmente preterito: il nostro maresciallo è di cultura, tutto sommato, operaia, e si troverebbe troppo a disagio nella Milano della moda e degli "eventi". Adesso che Valpreda non c'è più, è toccato a Colaprico completare da solo la tetralogia iniziata, due anni fa, con Quattro gocce d'acqua piovana. Leggiamo, così, della doppia inchiesta che il bravo maresciallo compie nell'estate del 1982, occupandosi, da un lato, di certi risvolti "riservati" del caso Calvi, e indagando, dall'altro, sulla brutale uccisione di un ex soubrette del varietà, un caso, quest'ultimo, che lo condurrà, oltre che nell'ambiente delle vecchie glorie teatrali, in quello della malavita milanese degli anni '50 e '60, quella dei primi grandi "colpi" e delle "dure" (che è il termine, se non lo sapete, in cui, nella nostra operosa metropoli, si definivano allora le rapine a mano armata). Una scelta ovvia per Colaprico, che alla legera e ai suoi eredi ha già dedicato le pagine di Kriminal Bar e un omaggio a Valpreda, che nel mondo del varietà e dell'avanspettacolo era di casa e che, prima di andarsene, deve aver confidato all'amico qualche succulento ricordo di quegli anni ruggenti. Ne è venuto fuori un bel giallo dai toni sfumati, pieno della tenerezza un po' bellicosa che nasce dal ricordo di un mondo che non c'è più e dalla polemica, neanche troppo sottintesa, con quello che l'ha sostituito. Ed è, soprattutto, una storia ben strutturata e ben raccontata, che è poi quello che, simpatie ideologiche a parte, cerchiamo tutti in un giallo. Buona lettura e non commuovetevi troppo. 20 Ottobre 2003 |
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