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Carmen Iarrera, Delitti alla Scala, "Fazi tascabili" - Fazi Editore, pp. 215, € 8,50
Carmen Iarrera è nota, soprattutto, per aver scritto insieme a (o per conto di) Federico Zeri due gialloni di ambientazione artistico, da uno dei quali è stato anche tratto un non esaltante film tv Mediaset in due parti, ma si tratta, in realtà, di una rispettabilissima autrice, che ha al suo attivo una quantità di racconti e due begli esempi di spy story, pubblicati su "Segretissimo" quando gli autori italiani potevano firmare per quello che erano. È stata anche, per qualche anno, Presidente della sezione italiana dell'AIEP, l'Associazione Internazionali degli Scrittori di Poliziesco. Oggi torna al giallo propriamente detto, mandando in libreria per Fazi un raro esempio di mystery moderno all'italiana, una storia di serial killer in cui, tuttavia, l'attenzione del lettore si concentra, più che sulla tensione narrativa, sul gioco degli indizi e delle indagini. Il sostituto procuratore Solara e il commissario Guidetti, entrambi abbastanza deraciné per poter fungere da protagonisti di un giallo classico, devono occuparsi del misterioso maniaco che, con le sue gesta, è riuscito a far sospendere la prima della Scala, il 7 dicembre, e a gettare nello sgomento il mondo della lirica e tutto quanto gli gira attorno. Il tocco della scrittrice è felice, la descrizione di ambiente brillante, i personaggi simpatici quanto basta e tutto fila via che è un piacere, a dimostrazione di come anche la detection possa trovar posto dignitosamente nell'ormai ampio panorama del giallo italiano e di come nel nostro massimo teatro si possano ambientare delle storie più divertenti di quella del contenzioso tra Muti e Fontana. La Iarrera, che è romana, si mostra abbastanza a suo agio persino nella ricostruzione dell'atmosfera milanese e non le staremo a rimproverare le due o tre mende lessicali in cui è caduta (I "bagherini" invece dei bagarini, la cotoletta di "vitella" e non di vitello e simili quisquilie). Peccato soltanto che l'identità dell'assassino, per puri motivi di economia della trama, salti agli occhi alla prima entrata in scena del personaggio, ma questo era un problema in cui ogni tanto inciampava, ai bei tempi, persino Agatha Christie. Forse per questo la nostra autrice ha rinunciato al solito dénouement finale e ha preferito una conclusione più aperta, a rischio di non chiudere tutti i nodi della vicenda, non tanto dal punto di vista giallo, che non presenta lacune, quanto da quello dei rapporti personali dei protagonisti, che restano, come dire, un po' sospesi a mezz'aria. Ma forse è un modo per prenotarsi per il seguito. 13 Ottobre 2003 |
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