Alexander McCall Smith, Le lacrime della giraffa (Tears of the Giraffe), tr. it. di Stefania Bertola, Guanda, 235 pp., € 14,50

In questi tempi di globalizzazione, considerando quello che dicevamo la settimana scorsa a proposito della fame di ambientazioni originali che sembra affliggere il nostro genere preferito, era solo questione di giorni prima che apparisse in libreria un qualche thriller africano, intendendo con questo termine non un romanzo alla Wilbur Smith, naturalmente, ma un vero e proprio giallo ambientato in una società urbana dell'ex continente nero. Il traguardo è stato tagliato per primo da Alexander McCall Smith, che in Africa è nato e cresciuto, sembra, ma dev'essere inglese o scozzese, e attualmente insegna diritto all'Università di Edimburgo, che ha scelto come sede dell'esperimento quello che forse è il più pacifico e stabile degli stati africani, il Botswana, e vi ha ambientato un romanzo molto simpatico, con un'accattivante investigatrice. Ma le cose sono forse un poco più complicate: guardatevi bene di credere, per cominciare, allo strillo di copertina: Precious Ramotswe, la protagonista, non è (ripeto, non è) una Miss Marple africana, come, in fondo, Le lacrime della giraffa non è un giallo nel senso contemporaneo del termine. Sì, la signora Ramotswe possiede e dirige un'agenzia di investigazioni in piena regola, ma i casi che le toccano hanno poco a che fare con la tradizione letteraria dei segugi privati: sono piccoli problemi di tutti i giorni e anche quando si colorano di tragico o di misterioso (una madre che vuole notizie di un figlio scomparso da dieci anni), la soluzione è sempre lì a portata di mano. In realtà, vi troverete di fronte una piacevole storia, in cui si dà conto, con levità di scrittura e una certa dose di humour britannico, della vita quotidiana in quel di Gaborone e dintorni e si avvia un'implicita riflessione sul contrasto tra i valori tradizionali di quei paesi e quelli importati dal colonialismo europeo. A voi decidere se prendere l'operazione per quello che dichiara di essere o se quel modo di considerare l'Africa non pecchi leggermente, tutto sommato, di condiscendenza e se sui quei personaggi così positivi non aleggi pericolosamente il fantasma del buon selvaggio. Ma tutto ciò, naturalmente, non vi rovinerà la lettura, né vi impedirà di dare il benvenuto a un set di personaggi che fanno prevedere i più interessanti sviluppi.

22 Settembre 2003


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