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Maurizio Matrone, Erba alta, Frassinelli, 253 pp., € 4,30
Di Maurizio Matrone aspettavamo un nuovo romanzo sin da quando è apparso, nel 1998 per la Hobby&Work, la sua opera prima, Fiato di sbirro, ma il ragazzo, finora, si è limitato a darci soltanto qualche racconto, nessuno dei quali memorabile. Probabilmente è sempre stato troppo occupato: non è, per sua fortuna, uno scrittore a tempo pieno, ma fa il poliziotto (è agente in forza alla Questura di Bologna) ed è stato consulente per le varie serie televisive di fiction poliziesca. E di questa sua attività, va detto, qualche eco si ritrova anche in questo Erba alta, una sorta di "romanzo verità", che segue, in una serie di flash sapientemente alternati, l'attività di un gruppo di agenti, graduati e funzionari di quella Questura per una decina di tragici giorni tra la fine del 1990 e l'inizio del 1991. Anche qui, la trama principale serve a collegare le scene in cui sono al centro la vita privata, i sogni, i problemi e le angosce personali dei singoli poliziotti, tutti giovanotti e ragazze chiamati ad affrontare un compito difficile all'interno di una struttura che chiede molto di più di quanto non sappia dare e in cui, paradossalmente, chi dà di più rischia di vedersi messo in secondo piano rispetto alle legioni degli opportunisti e dei voltagabbana che allignano in questa organizzazione, come in tante altre: una situazione resa ancora più difficile dall'isolamento umano, dall'inadeguatezza culturale e dalle contraddizioni ideologiche che i poliziotti condividono con l'intero corpo sociale. Ma il lettore non deve temere una riproposizione in forma scritta delle solite melensaggini da telefilm. Nulla è più lontano dagli interessi di Matrone della ricerca del compromesso consolatorio. I suoi poliziotti vivono fino in fondo, quando ci riescono, le proprie contraddizioni, ne pagano il prezzo di persona e affrontano come possono una situazione particolarmente drammatica: i tempi sono quelli della banda della Uno bianca e la trama principale ha a che fare con l'attività di uno di quei "servizi deviati" che caratterizzano da troppo tempo la cronaca nazionale. Il quadro, così, è particolarmente cupo e assume una sorta di valore esemplare: anche i poliziotti, come tutti noi, sono alla mercé di forze oscure che non conoscono e che, soprattutto, non hanno gli strumenti per conoscere. Non sarà una novità assoluta, ma è una morale che non capita spesso di trovare nelle opere di genere e che fa di questo bel giallo uno degli esempi più notevoli di narrativa impegnata che le lettere italiane abbiano prodotto negli ultimi tempi. 24 Marzo 2003 |
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