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Lawrence Norfolk, La caccia al cinghiale (In the Shape of a Boar, 2000), tr. it. di Rossella Bernascone, Frassinelli, 403 pp., € 17,00
Qualcuno all'ufficio stampa della Frassinelli deve essersi sbagliato, perché a fine anno mi è giunto per recensione un volume che, con tutta la buona volontà, con il giallo sembrava avere davvero poco a che fare. Ma visto che, dopo averlo lasciato negletto per un paio di mesi, quando l'ho cominciato non sono riuscito a staccarmene, penso che sarà opportuno parlarvene comunque: non solo perché al centro della trama c'è, in ogni caso, un mistero, ma perché si tratta, di fatto, di uno dei romanzi più affascinanti che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni. È la storia, non ve ne stupiate, di un mito classico: il mito, appunto, della caccia al cinghiale di Calidone, una leggenda così antica che gli stessi eroi dell'Iliade ne parlano tra loro come di roba di altri tempi: l'autore, che è inglese e che confesso di non conoscere proprio, anche se ha al suo attivo almeno due romanzi importanti, ce la racconta prima in forma rigidamente mitografica (un po' alla Kerény, per intenderci), appoggiandosi su un vasto apparato di note, ma senza rinunciare al gusto della narrazione, tanto è vero che riesce a metterci al centro, non si capisce bene come, una specie di triangolo interpersonale, quello formato da Meleagro, il biondo eroe destinato a una morte precoce, il misterioso Melanione, che porta nel nome stesso una connotazione di tenebra, e Atalanta, la cacciatrice, l'unica donna ammessa nella dimensione, tutta maschile, del rito di caccia. E lo stesso triangolo si ripropone, in forma variamente obliqua, nella storia di un profugo della Bucovina sperduto negli anni bui dell'occupazione nazista tra quelle stesse montagne greche, e nel controverso poema con cui costui, nel dopoguerra, farà rivivere le sue vicende nella forma della leggenda antica e persino nelle vicende della lavorazione del film che, ai giorni nostri, una sua ex compagna di giovinezza ha deciso di trarne. Dalle tre letture intrecciate, in definitiva, il lettore scoprirà una verità affatto imprevista… anche se, a pensarci bene, era già tutta contenuta nel mito originario. Insomma, un testo un po' intellettuale, come credo sia costume dell'autore, ma di quell'intellettualismo di cui non è il caso di avere paura: in fondo noi giallisti siamo noti per vivacità culturale e apertura mentale e non si possono leggere sempre le stesse cose. Provate e sappiatemi dire. 10 Marzo 2003 |
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