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Tran-Nhut, La polvere nera di Maestro Hu (La poudre noire du Maître Hu), tr. it. di Francesco Bruno, Ponte alle Grazie, 294 pp., € 13,50
Il problema del giallo storico, un sottogenere nel quale, come saprete, non ho una particolare fiducia, non consiste tanto nelle difficoltà di ambientazione o nel rischio di anacronismi: sono cose, queste, che con un po' di attenzione si evitano e se qualche imprecisione ci scappa non è, comunque, la fine del mondo. No, il pericolo è quello, più grave, dell'implausibilità ideologica. Il modello narrativo del giallo, com'è stato elaborato nel XIX secolo, funziona nel quadro socioculturale della società industriale urbana, con i suoi codici di comportamento e le sue strutture organizzative, ma privato di quei punti di riferimento rischia di avvitarsi un po' su se stesso. È sempre possibile, certo, impostare la ricerca del colpevole di un delitto in una situazione storica diversa, ma bisogna stare attenti a non connotarla valoristicamente in un modo incongruo (o contraddittorio) con la cultura dell'epoca, ed è qui, di solito, che casca l'asino. Io sarò forse troppo schifitoso, ma gli investigatori che applicano, nella Roma dei Cesari o nella Londra del XVIII secolo, le stesse metodiche dei discendenti di Sherlock Holmes non riesco davvero a sopportarli. A volte, però, il gioco riesce. Così, le autrici di questo La polvere nera di Maestro Hu, Kim Tran-Nhut e Tranh-Van Tran-Nhut, due colte sorelle vietnamite che vivono a Parigi, scrivono in francese e firmano con il solo cognome, sono riuscite nell'impresa di ideare un mistero e un'indagine quali li si potevano davvero concepire nel Vietnam del XVI secolo: una storia apparentemente carica di motivi orrifici e soprannaturali, che coinvolge, sullo sfondo inedito di una provincia costiera dell'Indocina all'epoca dei primi contatti con l'Occidente, una serie di personaggi che sarebbe futile cercare di ricondurre ai modelli europei. Checché se ne sia detto, il mandarino Tan, che deve indagare sull'attacco condotto contro una giunca mercantile da un'armata di morti dissepolti e su altri fatti ancora più strani, non ha niente a che fare con il magistrato Dee di Van Gulik o con altri prototipi noti, e la società in cui si muove non è una trasposizione esotica della nostra. Ne è uscito un romanzo strano e affascinante, che pur scritto com'è evidentemente per dei lettori occidentali evita le trappole dell'esotismo di maniera ed è svolto con molta capacità di immedesimazione. E siccome le ragazze con la penna ci sanno fare, per una volta possiamo abbandonarci anche noi ai piaceri del giallo d'epoca con la coscienza ideologicamente tranquilla. Che non è, in effetti, una soddisfazione da poco. 24 Febbraio 2003 |
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