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Marcello Fois, L'altro mondo (2002), Il maestrale - Frassinelli, 199 pp., € 12,00
L'ultimo romanzo di Marcello Fois è uscito nell'ottobre dell'anno scorso e non mi sono ancora deciso a parlarvene. È un bel libro, eh: ha avuto molto successo; è stato accolto con entusiasmo dalla critica e non si può neanche dire che mi sia completamente spiaciuto, anzi, l'ho letto, come faccio sempre con i romanzi di Fois, con interesse e partecipazione. Eppure in qualcosa mi ha lasciato perplesso e di questa perplessità, dopo matura riflessione, ho deciso di rendervi partecipi. La terza storia del ciclo di Bustiano, la saga imperniata, come saprete, sulla figura storica di Sebastiano Satta, avvocato, poeta e socialista militante nella Sardegna di fine '800, coglie il protagonista in un momento critico delle sue faccende: da un lato deve affrontare una crisi di famiglia piuttosto grave, dall'altro deve uscire allo scoperto, con ovvio rischio personale, contro un'autorità centrale che, non paga di utilizzare, nella lotta al banditismo, delle vere e proprie leggi speciali, straordinariamente simili a quelle che abbiamo conosciuto noi anni fa, si sente autorizzato ad agire al di fuori della stessa legalità che dichiara di volere difendere. Il tutto ambientato negli anni difficili del governo Pelloux, dopo il disastro di Adua e la crisi del sistema crispino: Fois, pur senza cadere nella trappola dei parallelismi troppo facili, continua con ostinazione a cercare le radici dei mali nazionali nelle radici della nostra storia ottocentesca. Abbiamo, così, un giallo impegnato costruito attorno a un personaggio di alto spessore umano, un'opera, quindi, di grande interesse, che vi avrei raccomandato senza riserve, se non fosse per un problema di natura squisitamente stilistica. Il nostro autore ha sempre curato molto il linguaggio (che, nei romanzi sardi, si arricchisce di un sostanzioso apporto dialettale), ha sempre mirato a un'espressione alta, soffusa di lirismo e al limite, quasi, della prosa d'arte. E qui sta il punto, perché direi che con L'altro mondo quel limite è stato decisamente oltrepassato e questo, se volete un parere sincero, in un giallo crea sempre qualche problema. Non perché ritenga che un mystery debba sfoggiare di necessità uno stile pedestre e un linguaggio banale, ma perché, come succede in quest'opera, le ricerche formali condotte in troppo accentuato parallelismo con lo svolgimento della trama (per cui a x pagine di azione devono seguirne, inesorabilmente, y di descrizione) non solo spezzano l'unità della storia, ma ne mortificano, per così dire, il significato. La prosa d'arte è una tentazione latente della tradizione colta italiana e l'idea di vederla riaffiorare nel noir un po' mi preoccupa. Ma forse questa preoccupazione nasce solo da un pregiudizio di natura teorica e L'altro mondo si regge benissimo così com'è. Facciamo così: leggetevelo anche voi e sappiatemi dire. 17 Febbraio 2 |
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