Lontani dal paradiso verde dorato del bayou.

Nel mondo della New Orleans e della Louisiana devastate dall’uragano Katrina, James Lee Burke affronta il suo diciassettesimo romanzo della serie di Dave Robicheaux, “Il prezzo della vergogna”, spostando l’azione nel Montana. Quella che avrebbe dovuto essere una sorta di vacanza nello stato del Grande Cielo, si trasforma molto presto in un intricato noir. Chandler non era famoso per le sue trame, ma in alcuni testi, che univano più racconti, il plot è sicuramente affascinante e ricco di sorprese. Paragonato al grande Raymond, anche Burke in questo romanzo riesce ad unire personaggi già presenti nella serie (come Salvatore Dio a.k.a. Sally Dee) ad uno sviluppo inaspettato, ma coerente di un racconto che non vuole essere un semplice noir. Il desiderio di Dave non può trovare espressione solo in una fuga temporanea dalla Lousiana, infatti, Burke, classe 1936, ripercorre la decadenza di una nazione intera: “Il Paese in cui vivo non è più lo stesso. Altri possono vederla diversamente, ma state pur certi che è così”. Quindi spostarsi, guardare i torrenti, le montagne, le valli e i cieli enormi del Montana non basta: “Il tentativo di ricreare l’America della mia giovinezza mediante un semplice spostamento geografico era nella migliore delle ipotesi sciocco, se non autodistruttivo”.

Compagno di Dave in questa voluminosa e complessa vicenda è Clete Purcel, l’unione dei due amici è una miscela facilmente infiammabile. Clete è sempre pronto ad esplodere e a ingurgitare alcol o altro per placare i suoi incubi, mentre Dave proprio perché ha smesso di bere, usa la violenza come valvola di sfogo di questo desiderio represso. A ben vedere l’autore non ci presenta due santi, eppure è solo il loro non voler mollare la presa a fare la differenza. Due uomini ricchi e potenti, una serie di brutali omicidi, la storia di una guardia carceraria che forse troverà la sua redenzione dagli abusi subiti e poi inflitti, contro tutto questo due uomini soli come vecchi cowboy, il noir e il western hanno molti tratti in comune. Sebbene io abbia altrove detto che il noir è il proseguimento del western con altri mezzi, qui Burke cede il passo al genere più antico, in quella terra già immortalata da Steinbeck: “La topografia è quanto di meglio si possa trovare sulla terra. I pioppi tremuli lungo le rive, i dirupi rosa e arancione che cadono a picco in laghetti vorticosi, le acque basse e ciottolose in cui la corrente vi scorre sulle scarpe da tennis come gelatina verde: sembrano tutte cose da poemetto idilliaco, solo che in questo caso è realtà e, come suggeriva John Steinbeck, si tratta più dell’inizio di un’eterna storia d’amore che di un’esperienza geografica”. Qui in questo paesaggio si staglia netto il male nelle sue versioni più orrende, sevizie, violenze, morte. E loro, i due cowboy contro tutti (con qualche aiuto, ovviamente). Burke parla di una realtà perduta, però forse non per sempre, non ovunque, e come in ogni buon western non rinuncia a un lampo epico, sebbene rivisto con gli occhi della vecchiaia: “i veri gladiatori del mondo sono di tali umili origini e di così insignificante aspetto da non farci neanche immaginare, quando ce li troviamo in coda a fare la spesa, con quale intensità la loro anima sappia splendere nel buio”.


James Lee Burke, Il prezzo della vergogna (Swan Peak) (ed. or. 2008)
pp. 498, 18,50 euro, Fanucci, 2009.

Ottobre 2009


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