Piccolo Blues di Jean-Patrick Manchette e` un ottimo noir, tra l'altro abbastanza particolare, e nel leggerlo non mi sono annoiato per niente. E` un romanzo che fa da battistrada a tutto un filone dell'attuale noir francese, quello a sfondo sociale che si richiama apertamente a Dashiell Hammett. Penso per esempio ai lavori di Didier Daeninckx, ma anche a quelli di Jean-Claude Izzo (Piccolo Blues mi ha fatto venire in mente Il sole dei morenti). Forse e` anche il caso di ricordare che il romanzo usci` nel lontano 1977 in Francia e quindi non stiamo parlando di un libro "freschissimo", ma di un buon romanzo che ha segnato il polar francese.
Manchette non ha scritto molto. Forse perche` si e` sempre sforzato di dare ai romanzi un significato che andava al di la` della storia narrata. La sua e` una scrittura sofferta, e a volte anche imperfetta, ma lui non ci teneva proprio a filar via dritto sparato, snocciolando frasi una dietro l'altra, come se fosse un gioco. "Raccontare per raccontare" non gli bastava. Da sempre era schierato politicamente. A sinistra, ma in posizione isolata, anarchica, radicale. Per lui l'uomo e` diventando un oggetto, non ragiona piu` con la propria testa, viaggia su binari preconfezionati. La nostra e` una libertÓ vigilata, limitata, in una parola: falsa. Per questo lo scrittore deve scombinare il panorama, mettere in crisi le logiche del pensiero, infilarsi con spregiudicatezza nei meccanismi sociali e politici. Magari per contestarli dal di dentro, senza retorica, ne` pregiudizi. Tant'e` che il protagonista di Piccolo Blues, all'inizio un confuso "buonista" e alla fine un freddo assassino, e` "vagamente di sinistra".
Certo nel romanzo qua e la` non mancano sbavature (forse qualcuna dovuta alla traduzione) e la prima parte e` assai piu` lenta della seconda, pero` questo ha una sua logica, e una logica molto persuasiva.

Un impiegato (un "quadro") fa la sua vita tranquilla e normale con moglie e figlie che amano moltissimo la tivu`, tant'e` che non possono astenersi dal seguire i loro programmi preferiti persino in vacanza. Del personaggio principale Manchette dice poche cose. Per esempio che Ŕ "confuso". Non ha le idee chiare, quindi. Si lascia vivere, come fanno tanti. Si`, e` come se le cose andassero avanti da sole e fin'ora tutto va bene: "nessun problema".
L'autore e` bravo a descrivere in poche pagine il tran tran quotidiano di questa famiglia parigina della buona borghesia. Lo fa al rallentatore, mettendo a fuoco pian piano una realta` che in fondo ha parecchio di alienante. I rapporti umani non sono ben saldi, anche se lo sembrano. Le sicurezze sono piu` che fragili, autoimposte, anche se all'apparenza tutto e` solido, bene organizzato, efficiente, perfetto. Non volendo rivelare troppo della trama dico soltanto che l'insoddisfazione di fondo, le crepe (o voragini) sociali vengono messe a fuoco quando l'autore sposta lo sguardo dai personaggi alla casa, quella presa in affitto al mare per trascorrervi le vacanze.

Poi qualcuno tenta d'uccidere l'impiegato mentre fa il suo primo bagno:
"[...] un solo pensiero scarlatto occupava il cervello di Gerfaut: accoppa strappa occhi strappa i coglioni a questi figli di puttana che vogliono farti fuori!".

Siamo a pagina 45, a un terzo del romanzo gia` se ne e` andato. E` qui che cambia la musica, da un valzer lento e monotono si passa al blues: veloce, sporco, imperfetto, malinconico o cattivo.

L'impiegato modello Georges Gerfaut non dice nulla alla moglie, ne` tantomeno alla polizia. Perche`? Non si fida. Non si fida di niente e di nessuno. Si sente solo, ma sostanzialmente lo era gia` prima. La maschera che aveva sul viso va in frantumi e ora l'uomo e` nudo, abbandonato a se stesso, fuori binario e quindi ancor piu` "confuso", debole, insicuro. Per questo fugge come impazzito, d'istinto. Pensa solo a salvare la pelle. Si trova di fronte a qualcosa che non riesce a capire, si sente come inseguito da un mostro.
A questo punto anche il romanzo comincia a correre, si fa avventuroso, violento, diventa un giallo da risolvere: chi e perche` vuole ucciderlo? E poi un noir spietato: come vendicarsi? Allora anche il linguaggio e lo stile cambiano marcia ed e` come se un filo di ferro liscio e perfetto si attorcigliasse, per poi tirar fuori spine lunghe come chiodi. Manchette sorvola sulla psicologia, le sottigliezze interiori dei personaggi. Preferisce descriverli dal di fuori, badando solo ai fatti, alle azioni. Per questo la scrittura nella seconda parte si fa stringata, eppure non priva d'eleganza, senza mai nulla concedere al superfluo, alla divagazione letteraria, o sociologica. Le "immagini" descritte dicono gia` molte cose, se realmente si ha voglia di vedere (di capire).
Alla fine vien fuori una visione della vita pessimistica, disincantata. Con un forte disagio per come le cose potrebbero essere, per come la vita potrebbe funzionare. Con una strana nostalgia per le cose non fatte, non vissute.
Solo un episodio esterno, estraneo, imprevedibile puo` smuoverci, scatenare la forza repressa, gli istinti primordiali, il rancore, la rabbia accumulatasi dentro di noi giorno dopo giorno. Allora siamo costretti a metterci in gioco, a tirare fuori l'istinto, a riappropriarci della vita, delle nostre energie. E` quello che capita anche al protagonista del film Cane di paglia di Sam Peckinpah (del 1971, tratto da un romanzo di Gordon M. Williams).

Allora l'impiegato modello, il buonista confuso, l'uomo qualsiasi e senza qualita` si trova da solo, e a un certo punto persino isolato dal resto del mondo. Deve per forza reagire se non vuole soccombere. Deve tirare fuori il meglio (o il peggio) di se`: sopportare il dolore, la fame, la morte di un'amica-amante, e uccidere per salvare la pelle e poi, alla fine, per sentire in gola il sapore infernale della vendetta.
Davvero niente male per un piccolo blues.


Jean-Patrick Manchette, Piccolo Blues
tr. di Luigi Bernardi
2002, Einaudi, pagg. 155, euro 8,00


Nota bibliografica
Jean-Patrick Manchette e` nato nel 1942 a Marsiglia ed e` morto a Parigi nel 1995. Ha fatto lo sceneggiatore, il traduttore e ha scritto una dozzina di romanzi. Einaudi, oltre a Piccolo Blues, ha pubblicato Posizione di tiro, Fatale e Nada.


Roma, 30 ottobre 2002


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