"Il Predicatore s'era fermato, ora, con l'acqua fino a mezza coscia, presso la riva, a una decina di metri dalla fila di barconi coperti, e si abbandonava a un animalesco e quasi ritmico urlo di persona oltraggiata e dafraudata. E la gente delle barche si svegliņ, smise di fare all'amore e di cantare le vecchie canzoni, e si mise in ascolto: sentiva un che di antico e di oscuro come di cose sepolte in fondo al letto del fiume, qualcosa di antico come e` antico il male, un pulsante, lacerante urlo di voci inarticolate che arrivava a loro sull'acqua con pauroso ritmo. Poteva bene essere il fantasma del vecchio Mason in persona o di Macijah Harpe o di Girty, il rinnegato, tanto pareva infernale. E quella gente del fiume si azzitti`, aspettando che finisse, aspettando che la notte fluviale se lo portasse via nel suo buio e lasciasse l'ora ai rumlori che le erano propri: il canto delle raganelle, l'improvviso guizzare di un pesce, il guaito di un leprotto su nel frutteto, vittima di qualche famelica faina..."

Su un vecchio quaderno dalla copertina nera (di quelli che forse adesso non esistono piu`), leggo: "Un po' di giallo, un po' di western, un pizzico di paradosso, di surrealismo, di patetico, di sentimentale, di macabro; si mescoli il tutto, si aggiunga una accurata fotografia e si avra` il film piu` sconcertante di questi anni... Quali fossero le intenzioni del regista, resta un mistero. Tuttavia, l'effetto di questo bizzarro cocktail di elementi e` complessivamente discreto".
Bonta` del giovane recensore: correva l'anno di grazia 1956, io avevo diciassette anni e mi stavo cimentando, per mio esclusivo piacere e consumo, nelle prime recensioni cinematografiche: scoprendo (forse per una delle prime volte) che la Storia del Cinema e` un fiume lungo ma non sempre tranquillo, e che in mezzo alla placida corrente dei film di cappa e spada, dei cartoni di Disney e dei vecchi film di Stanlio e Ollio si aprivano improvvisi gorghi e precipiti insospettabili rapide.
Adesso di anni ne sono passati quarantacinque (oh, Madonna!), e la mia recensione de La morte corre sul fiume potrebbe anche fermarsi qui, perche` l'essenziale lo avevo detto gia` allora; ma poiche` nel frattempo il mio vocabolario non e` piu` composto solo da sette parole, e ne ho imparate altre tre o quattro, proverņ a dirne qualcosa di piu`. Anche perche` l'aggettivo "discreto", con cui si chiudeva la recensione 1956, mi sembra adesso decisamente inadeguato.
Questo film, oggi, tenderei piuttosto a definirlo "straordinario", se non altro nel senso etimologico del termine: "fuori dell'ordinario", anomalo. Anomalo per colui che lo diresse: un attore molto noto, gigione e bravissimo, Charles Laughton, che in questa occasione si pose dietro alla macchina da presa per la prima ed ultima volta; anomalo per il contesto in cui e` ambientato, lo smisurato ventre rurale della provincia americana negli anni della Grande Depressione; anomalo soprattutto perche` non e` facile capire in quale dei cassetti della Storia del Cinema lo si possa archiviare (e questo, che un tempo mi parve un difetto, mi pare oggi un grandissimo pregio).

Dei meccanismi tradizionali del "giallo" ce n'e` uno solo ("dove e` stato nascosto il denaro?"), e non riveste neppure una grande importanza. Quello che importa invece, e` il clima di angoscia in cui due bambini (figli di un uomo che il denaro lo aveva rubato, e che poi per questo era stato impiccato) vengono braccati da un pastore protestante la cui principale attivita` non e` tanto di predicare quanto di sposare e uccidere vedove abbienti per impadronirsi dei loro risparmi. In questo senso il titolo originale (The Night of the Hunter, La notte del cacciatore) e` non solo piu` bello ma anche molto piu` pertinente del generico titolaccio italiano: il cacciatore e` il malefico pastore, che merita di acquisire una iniziale maiuscola e di diventare il simbolo del Male personificato, e la notte e` la vera deuteragonista, poiche` distende la sua ombra da un capo all'altro del film, non solo nelle scene effettivamente notturne (che sono molte, e bellissime) ma anche, diventando metafora dell'incubo, in quelle diurne.
Risultera` chiaro, a questo punto, che piu` che di un giallo stiamo parlando di un "nero", o meglio di un "noir", che gioca le sue carte vincenti non tanto nel meccanismo narrativo quanto nell'atmosfera di minaccia che incombe sulle vittime prima intrappolate e poi in fuga.
Un'atmosfera il cui merito va equamente ripartito fra la regia di Laughton, l'interpretazione di Robert Mitchum (in uno dei suoi personaggi piu` grandi, una cupa successione di sorrisi sornioni squarciati da lampi di incontrollata ferocia) e la fotografia di Stanley Cortez, in tutto e per tutto degna della grande scuola del cinema americano in bianco e nero degli anni trenta-quaranta-cinquanta (non a caso dovuta in gran parte a transfughi dall'Europa, un continente squassato in quegli anni non solo dal nazismo ma anche dalle ventate rinnovatrici delle avanguardie artistiche): si vedano l'uso geniale degli effetti speciali "d'antan" (come i mascherini e le riprese in notte americana), e l'abbondanza di reminiscenze espressioniste: dall'incubica e ricorrente presenza delle ombre alla stilizzazione di certe scenografie, dall'uso del controluce all'esasperazione dei bianchi e dei neri con corrispondente eliminazione dei mezzitoni di grigio.

Fin qui il discorso esclusivamente cinematografico; a cui perņ, grazie al contributo di Luca Conti (anche noto come L'Enciclopedico), sono adesso in grado di dare un'appendice letteraria.
Rivela dunque l'Enciclopedico che Davis Grubb, autore del libro da cui il film e` stato tratto, "e` nato nel 1919 in West Virginia ed e` scomparso nel 1982 a New York. Ha scritto moltissimi racconti di fantascienza e di horror, e parecchi romanzi i quali, per la maggior parte, rientrano nella grande tradizione dell'American Gothic, quel movimento letterario, mai codificato a tavolino, di chiaro stampo sudista, che nei decenni ha visto la frequentazione di autori come William Faulkner, Flannery O'Connor (la piu` grande esponente del settore), William Gaddis, James Lee Burke, Joe Lansdale". E poiche` in seguito a questa segnalazione sono stato messo in grado di recuperare e di leggere una copia de La morte corre sul fiume nella vecchia "Medusa" (attenzione, ne esiste una edizione piu` recente, di Baldini & Castoldi, intitolata La notte del cacciatore), mi sento oggi di sottoscrivere la sua opinione che il romanzo sia "da leggere, assolutamente" (aggiungendo di mia iniziativa alla lista dei "referenti" John Steinbeck, se non addirittura Edgar Lee Masters).
Lo si gode, e come se lo si gode: per il suo stile asciutto e cronachistico, per lo spaccato che ci offre della provincia americana degli anni Trenta, per la sua "presa" narrativa, che "funziona" anche se si e` da poco rivista in televisione la versione cinematografica e se ne conoscono gia` non solo la fine ma anche tutti gli snodi intermedi. In effetti, i meriti del film vanno un attimo ridistribuiti, poiche` esso si limita a "mettere in immagini" (se pure splendidamente) la storia narrata da Grubb, e lo fa (con la mediazione di uno sceneggiatore di razza come James Agee) con una fedelta` che raramente e` dato di riscontrare nelle riduzioni cinematografiche di romanzi. Nella riduzione si e` un po' illanguidita la componente realistica del libro di Grubb, perdendo per strada molti riferimenti alla realta` dell'America della Grande Depressione: e il film si e` spostato invece verso l'astrazione della parabola e della fiaba, con Hansel e Gretel inseguiti dall'Orco e salvati alla fine dalla Fata Buona. Un'astrazione che Laughton e i suoi collaboratori, probabilmente consci di di non poter trasportare in immagini certi pregi del libro squisitamente letterari, hanno perņ felicemente compensato con una quantita` di pregi non meno squisitamente filmici.
Della molteplicita` delle fonti di suggestioni visive si e` in parte gia` detto: ma possiamo aggiungere anche i cartoni animati disneiani (la presenza ricorrente degli animaletti che assistono alla fuga dei bimbi, peraltro gia` suggeriti da Grubb all'interno della lirica presenza della natura che c'e` nel suo libro), i quadri simbolisti (i capelli della donna annegata che fluttuano frammisti alle alghe del fondo del fiume), le cartoline di inizio secolo (le facce iniziali che parlano sullo sfondo di un fasullissimo cielo stellato), l'iconografia patetica del primissimo cinema muto (accentuata dalla presenza della rediviva Lillian Gish, gia` interprete per D.W. Griffith dei primi drammoni strappalacrime dello schermo). Un bizzarro cocktail di elementi che sulla carta sembra poter dare vita soltanto a un pastrocchio di orrido gusto, e da cui invece e` uscito un film di grande fascino: che da semplice "giallo", o "noir" che dir si voglia, lievita e cresce di statura, ponendo una sua seria candidatura a un posto (magari non di primissima fila ma neppure di loggione) nella Storia del Cinema.

Roma, marzo 2001


Scheda del film
Titolo originale: The Night of the Hunter
del: 1949
Diretto da: Charles Laughton
Sceneggiatura di: James Agee
Soggetto di: Davis Grubb
Interpreti: Robert Mitchum (Rev. Harry Powell)
  Shelley Winters (Willa Harper)
  Lillian Gish (Rachel Cooper)
  James Gleason (Birdie Steptoe)
  Peter Graves (Ben Harper)
  Don Beddoe (Walt Spoon)
  Billy Chapin (John Harper)
  Sally Jane Bruce (Pearl Harper)
  Gloria Castillo (Ruby)


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