Il romanzo di Silvey è morto, qualcuno lo avverta.

Questo romanzo è più famoso per le aspettative create che per la sua reale forza narrativa. Il libro si apre bene, con il caldo dell’Australia occidentale che aleggia nell’aria, accartoccia l’erba sotto i piedi e rende le notti lunghe e afose. Craig Silvey ci vuole portare nella stessa terra di Tim Winton, dove i confini si sciolgono, liquefatti da un sole scarlatto, simile a un meteorite pronto a scagliarsi sulla terra. Confini come quelli che dovrebbero dividere l’io narrante, Charlie Bucktin, dal semivagabondo Jasper Jones, meticcio il cui retaggio aborigeno si è perso con la madre morta giovanissima. E’ notte, ma Charlie non dorme, legge, come ha fatto per tutta l’estate; Faulkner, Kerouac e in particolare Mark Twain: “C’è qualcosa di elettrizzante nell’essere svegli, mentre tutti gli altri dormono. Come se tu fossi a conoscenza di qualcosa che loro ignorano”. E “loro” sono gli abitanti di Corrigan, cittadina mineraria che fa da sfondo alla storia, ambientata alla fine degli anni sessanta. In quella notte umida e calda, Charlie decide di seguire il richiamo di Jasper Jones, che lo invita a seguirlo dalla finestra, e, così facendo, cambierà molte vite.

Viste le premesse era ovvio attendersi di più; purtroppo, forse a causa di una mancata revisione del testo, la lettura risulta meccanica e ferocemente faticosa. Espressioni discutibili (un esempio: “le gambe mi fecero giacomo giacomo”) che definire desuete è un eufemismo, oltre a dialoghi legnosi, per nulla fluidi e un linguaggio in generale soporifero gravano su tutta la storia. Nella versione che ho letto mancano note essenziali per comprendere ciò che si ha sotto gli occhi; oltre venti pagine spese su una partita a cricket tra gully, wicket, mid-pitch ecc., ma tutti conoscono il cricket, a cosa servono le note? Passiamo oltre. Il mistero inquietante è una ragazza morta. Wow. In alcuni punti Silvey ricorda il Jack Ketchum de “La ragazza della porta accanto”, un testo fortemente datato, basta confrontarlo con un’opera a caso di Scerbanenco, tanto per dire. Charlie, attraverso la lettura di vari quotidiani in biblioteca, scopre la storia dell’assassinio di Sylvia Likens per mano di sua zia, Gertude Baniszewski (l’evento che ha ispirato Ketchum), così Craig Silvey rende il giusto omaggio allo scrittore. E il cerchio si chiude.
Le forti potenzialità del racconto sono abbattute da una scrittura monocorde, da eventi ampiamente prevedibili e da colpi di scena che sono miseri sbuffi di vapore. Silvey non riesce a lanciarsi in un affresco potente, si accontenta della visione stiracchiata di un’estate nell’adolescenza di un ragazzo, mentre l’ombra di Stephen King pare schiacciare le sue parole con il racconto “The Body”, e l’eco cinematografico (“Stand by me”) rende il rumore dello schianto della scrittura di Silvey ancora maggiore. L’amico, e fedele compagno di Charlie, Jeffrey Lu offre momenti comici e istantanee preconfezionate dell’amicizia, mentre Eliza Wishart rappresenta l’amore e insieme il desiderio di fuga. Silvey si serve al supermercato delle ovvietà, ma non riesce a ottenere niente altro che il successo, probabilmente era quello l’obiettivo. L’opera è una miseria, i diritti di vendita sono la vera ricchezza. Non tutti i lettori, però, vivono una vita sincronizzata sulle ovvietà o sui giudizi osannanti della critica militante (militante sotto il simbolo dell’euro).
Frammenti di parole sparse ovunque: “Jasper Jones” è il cadavere di un romanzo, un romanzo brutalmente soppresso.


Craig Silvey, Jasper Jones (id) (ed. or. 2009)
pp. 332, 16,50 euro, Giano.

Maggio 2010


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