in Recensioni

“Dashiell Hammett”

1894-1961-2001, Hammett: donne, politica e morte
Women, Politics and Murder
Note personal-politiche su Dashiell Hammett
febbraio 2001

8.
Nel gennaio 1961 Hammett muore. Da quasi tre anni Lillian ospita a Manhattan l’amico intimo ed adorato; è sempre più malato e solo, non può vivere senza assistenza. Ha trascorso in prigione (prima a New York, poi in Kentucky) la seconda metà del 51 (dal 9 luglio al 9 dicembre), per aver disprezzato la corte con il rifiuto di fare nomi (name names) alla commissione per le attività antiamericane, appellandosi al V emendamento. Secco secco, in manette e doppio petto, occhialetti e baffi trasandati, la carcerazione fu un evento e per giorni Hammett venne criticato o insultato sulla stampa. Il giudice nega anche la possibilità di valersi di una onerosissima cauzione (che pure gli amici avevano messo insieme). Gli bloccano tutte le entrate e vivrà di affettuosi prestiti. In prigione frequenta infermeria e biblioteca, può scrivere solo a figlie ed avvocato. E pensa ad un romanzo intititolato all’amico (Tulip) del protagonista, l’autobiografico Pop. Hammett ha cercato allora di ricominciare a scrivere; per tutto il 52 ci ha lavorato. Continua la caccia alle streghe; quando deve essere chiamata a deporre, Lillian è più furba, escogitando un utile stratagemma, rispondere su di sé non su altri. Hammett fa testamento (Jo metà, Jose e Mary un quarto); esce poco, ma va alla manifestazione di protesta contro la condanna a morte dei Rosenbergs. Si trasferisce a Katonah, nel cottage di amici. Subisce anche un secondo processo nel marzo 53, interrogato personalmente dal senatore McCarthy e punito con il ritiro dei suoi sovversivissimi libri dalle biblioteche pubbliche americane (dove torneranno solo con Eisenhower). Il 23 febbraio 1955 viene di nuovo interrogato. E’ proprio in quest’occasione che sostiene di non considerare sporca la parola “comunismo”. Mantiene le sue convinzioni politiche. Nell’agosto 55 ha un attacco di cuore; fin che può, svolge i corsi alla Jefferson School. Scrive sempre ai suoi “familiari”, Jo e i quattro nipotini, Mary finalmente sposata, Jose di nuovo infermiera nell’appartamento regalatole. Da qualche anno fa vita sempre più ritirata. Non che conosca segreti o abbia mai cospirato. Odia l’ipocrisia. Non è adatto per periodi di inquisizione, quando la furfanteria o la vigliaccheria sembrano a molti l’unico atto realistico. Il fisico è provato. Vince la causa sull’uso dei suoi personaggi, ma non può incassare diritti. E’ un decennio in calando: si trova spessissimo incollato per ore davanti alla televisione, raramente gusta antiche passioni per caccia e pesca; però continua a leggere furiosamente per imparare ancora (e non per intrattenimento), prova a dipingere. E’ un decennio povero; passa guai anche fiscali, molti redditi gli vengono confiscati, nel maggio 58 deve o riesce a “staccarsi” da Katonah e torna a New York, a casa di Hellman (e dal febbraio 60 non esce nemmeno più). Lentamente, progressivamente, inesorabilmente la malattia ha il sopravvento.

9.
Il 10 gennaio 1961 Hammett muore di cancro ai polmoni al Lenox Hospital di New York; il 13 viene sepolto, come desiderato, al Cimitero Nazionale di Arlington (nel maggio 59 gli era stata assegnata una modesta pensione da veterano). Senza dirglielo, il cancro è stato diagnosticato due mesi prima. La sera di capodanno, poco dopo mezzanotte, si aggrava; Hammett è ormai “dissociato”, entra presto in coma. Il mese di gennaio non ha valore periodizzante per nessun decennio della sua vita; fra l’altro nessuno sapeva quando sarebbe morto. Da quarantanni però ci manca, non so se per quanto o in quanto sia stato comunista. Come, perché, quanto a lungo è un fatto abbastanza noto, raccontato, spiegato. Nella misura in cui la parola “comunista” significa qualcosa di simile per ogni individuo vissuto nel trascorso ventesimo secolo, Hammett accettò di associarvi le proprie opinioni politiche e le proprie scelte pubbliche. Aveva scelto e continuato a scegliere di esservi leale, leale anche verso il suo paese, per il quale si arruolò due volte volontario, leale in modo disarmato e disarmante. Il giudizio sulla qualità della produzione letteraria non dipende da ciò: Hammett è uno dei più grandi scrittori americani del secolo e uno dei pochissimi grandissimi giallisti mai esistiti. La descrizione della brutale corruzione sociale è descrizione (autobiografica) del reale, non “traduzione” di convinzioni politiche.

10.
Dopo il gennaio 2001 (nuovo secolo e nuovo millennio) le convinzioni politiche di Hammett meriteranno ancora analisi specifiche ed approfondite. Gli anniversari sono sempre un’occasione, più o meno utile, più o meno utilizzata. Capita inevitabilmente che, fra i due estremi (il momento in cui si “celebra” e il momento che si “celebra”), l’accento cada (molto di) più sul presente che sul passato, su cosa serve oppure si sa, si capisce oppure vale oggi, nel presente. Come è proverbialmente noto, capita così anche che le occasioni inducano ad appropriazioni indebite. Il rischio è alto per Hammett, al quale sono connessi un immaginario mitico (Pinkerton, Bogart, McCarthy), una biografia filtrata prevalentemente da una amante/amica grande drammaturga un poco bugiarda, il meritato successo per pochi romanzi di genere. Negli anni sono arrivate alcune biografie, talora scandalistiche o agiografiche e ogni tanto assistiamo a “scoperte” editoriali che poco e male aggiungono alla bio-bibliografia. L’immagine di Hammett è superficialmente scolpita. Il rapporto con consapevoli idee comuniste e/o marxiste è certo, documentato e strutturato in modo originale. Tuttavia Hammett non sta dentro la storia del pensiero politico. Non era una potenziale spia (all’inglese) per la guerra fredda, né aveva una qualche inclinazione verso modelli sovietici. La storia del movimento comunista americano è caratterizzata un poco dalla sua militanza, segnata da inevitabili aspetti personali per un uomo famoso, appartato, malato, pensionato a venticinque anni, inevitabilmente “eccentrico”, anche avendo voluto leggere Marx ed Engels “da cima a fondo” (vorrei essere capace di tentare un parallelo con Woody Guthrie, per certi versi caratterialmente l’opposto).

11.
Nel bel mezzo del racconto delle mirabolanti avventure di Sam Spade, all’inizio del settimo dei venti capitoletti del terzo romanzo di Hammett, il più famoso citato ripreso (non il più amato dall’autore, che preferiva il successivo), l’investigatore intrattiene la colpevole assassina (non lo sa ancora, oppure non sa/non mostra di saperlo, anche se non si fida), subito prima di altri significativi incontri e un poco prima di avere bagliori giallastri agli occhi e di andarci a letto. Senza alcun preliminare, senza introduzione di sorta, racconta la storia di un uomo chiamato Flitcraft, un buon cittadino-marito-padre, uscito a pranzo un giorno del 22 a Tacoma, sfiorato da una trave che aveva rischiato di ucciderlo. Sparito, viene ritrovato da un operatore investigativo nel 27 a Spokane, chiamato Pierce, anche lì buon cittadino-marito-padre. Fino a cinque anni prima si era comportato bene, l’incidente gli aveva chiarito che l’ordine non è in armonia con la vita e si era adattato alla caduta dei travi, ma da allora non ne era caduto più nessuno, e lui si riadattò al fatto che non cadessero. Brigid O’Shaughnessy trova la storia davvero affascinante e riprendono a chiacchierare di fatti criminali. Non so se Hammett pensi la storia proprio quando scrive di Spade (aveva trentacinque anni) o sia contenuta in precedenti racconti (ne ho letti molti, ma manca ancora un’edizione critica completa, vari non sono tradotti e alcuni sono introvabili, anche negli Stati Uniti). Quando lavorava al romanzo stava compiendo più o meno la stessa scelta (trave o non trave), trasferendosi a Manhattan: amava la famiglia, sapeva di lasciarla provvista dei mezzi di sussistenza, il suo amore non era tale da rendere penosa la separazione. La parabola ha qualcosa a che fare con l’incoprensibilità etica del mondo. La storia ha soprattutto a che fare con la consapevolezza del “poco” che si può “volontariamente” cambiare, con un ironico contraddittorio senso di ineluttabilità dell’esistenza che Hammett sceglie di trasmettere con il suo stile e che la sua esistenza trasmette, aiutando a comprendere le sue scelte: nella vita individuale possiamo introdurre pochissimo libero arbitrio (rispetto alle eredità e ai contesti), ancor meno nel “nostro” collettivo (il vissuto e il pianeta), tanto vale farlo poco, raramente, con garbo e coerenza. La biografia politica suggerisce una sua ineluttabile identità comunista, molte quasi-morti e ri-nascite, cicli con permanenti ineluttabili costanti. Forse mi sbaglio.

12.
Forse la collocazione “letteraria” di Hammett può essere affrontata quasi negli stessi termini di là e di qua dell’oceano; non le sue convinzioni politiche. La storia del movimento comunista e/o marxista nel ventesimo secolo è stata molto diversa in Europa e in Italia, rispetto agli USA. Ogni comparazione (anche di vocaboli e periodi) è precaria. Già Hammett è un tipo da maneggiare con cautela; le sue idee… non ne parliamo. Comunque, dopo condanne e carceri, sessantenne, nel 1955 scrisse che comunismo non gli sembrava una parola sporca e che non era una cattiva idea lottare con i comunisti per il progresso del genere umano. Chi lo direbbe oggi? qui? Nell’ultimo decennio abbiamo assistito alla rimozione della questione del “comunismo”; la stessa parola “comunista” viene utilizzata da gran parte della destra e da parte significativa della sinistra con accezione dispregiativa (dirty); un’altra parte della sinistra preferisce il disuso. Negli ultimi anni si è avviato un “revisionismo” politico-culturale che rischia di farci capire meno (non più) del secolo appena concluso. Hammett non c’entra (c’entriamo noi). Leggerlo è comunque un piacere. E un consiglio per questo nuovo secolo.