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[1] Credo che il successo ai nostri giorni del romanzo poliziesco, giallo, giudiziario, noir, chiamatelo
come più vi aggrada, non sia un fatto di moda più o meno passeggero. O almeno, nonsolomoda, dato che oggi come
oggi tanticchia di moda è indispensabile al successo. Sono convinto che si tratta della conclusione inevitabile
di un processo che si è iniziato anni fa, quando era facilissimo catalogare da una parte Conan Doyle e poi
la Christie, Wallace, S.S. Van Dine, Austin Freeman, e dall'altra, in attesa di definizione, scrittori come
Hammett e Chandler. Poi ci fu chi trovò una soluzione, e applicò l'etichetta Hard Boiled agli americani.
Ma si aprirono grossi punti interrogativi: Simenon dove lo collochiamo? Dürrenmatt? Borges e Bioy Casares?
E Gadda, che si permette di scrivere un giallo senza soluzione finale? Poi qualcuno cominciò a rendersi conto
che non esistono scrittori di gialli, d'avventura, di cappa e spada, di spionaggio, d'amore, ma esistono
semplicemente scrittori, buoni o cattivi. Leonardo Sciascia se ne era accorto da tempo. E poi, qual è il confine
che divide un romanzo definito come giallo da un altro che non vuole essere detto tale? Il fatto che nel primo
ci sia un morto e nel secondo no? Ma via, vogliamo scherzare?
[2] Il giallo italiano ha una specificità: ogni autore racconta una realtà che conosce, quella della terra,
paese, città, regione dove è nato o dove vive. Come a suo tempo fecero Scerbanenco con Milano e Gadda con Roma.
Una volta i "giallisti" italiani usavano pseudonimi e ambientavano le loro improbabili storie a New York, a Londra,
a Parigi, così come le commedie si ambientavano a Budapest. Oggi, per conoscere certe realtà puoi farlo meglio
leggendo Lucarelli o Fois che trattati specifici. Insomma, puoi saper di più di Marsiglia o di Barcellona
leggendo i romanzi di Izzo o di Vazquez-Montalban che non consultando volumi sul fenomeno multietnico a Marsiglia
o sulla rivoluzione industriale di Barcellona.
[3] E adesso non succede niente. Non capisco la domanda. Non c'è da "sfruttare l'onda favorevole". Uno
scrittore, se è un vero scrittore, non può far altro che continuare a scrivere come meglio può e come se la sente.
Lo scrittore non è un surfista.
Andrea Camilleri
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[1] Dal 1887, anno in cui Emilio De Marchi pubblicò il suo Cappello da prete, il giallo italiano non ha
mai cessato di far risuonare il suo continuo tam tam (a volte sotterraneo, a volte pubblico). I recenti Novanta
hanno significato molto per la nostra letteratura di genere, ma anche gli anni Trenta, gli anni Sessanta e
Settanta, avevano dato ottimi frutti.
Gli anni Novanta del giallo italiano non sarebbero esistiti se negli anni precedenti un pool di autori di
serie A non avesse percorso il sentiero della narrativa di genere con passione, gusto, coraggio e intelligenza
(vedi Fruttero e Lucentini e Umberto Eco). Gli autori degli Novanta hanno avuto la grande fortuna di non essere
isolati sul mercato, in questi ultimi anni sono infatti stati in tanti a centrare l'obiettivo del successo di
pubblico e di critica.
Alla quantità dei titoli si è abbinata un'ottima qualità letteraria. Scrittori come Camilleri e Lucarelli
sono arrivati a sbancare in libreria grazie al sotterraneo passaparola dei lettori che li avevano apprezzati
fin dalle loro prime apparizioni da Sellerio, da Theoria, da Granata Press (quando ancora Mondadori, Rizzoli
ed Einaudi non li corteggiavano). La coalizione spesso in associazioni di promozione culturale (come il
Gruppo 13 di Bologna e la libreria Sherlockiana di Milano) ha innescato un meccanismo positivo di solidarietà
fra i giallisti che li ha portati a collaborare nella costruzione di una sorta di manifesto del giallo italiano.
I giallisti italiani degli anni Novanta hanno saputo raccontare nei loro romanzi con coerenza province, regioni
e città italiane (identificandone crimini e criminali, colpe e colpevoli, drammi ed angosce) e hanno saputo
analizzare nelle loro opere l'identità presente, passata e persino futura della nostra Italia. Siamo quasi
alla fine del 2000 e ne vedremo ancora delle belle.
[2] Abbiamo firmato quest'anno due libri dedicati al thriller italiano (Delitti di carta nostra,
di Luca C. e Le maschere del mistero, di Raffaele C.) proprio perché ritenevamo necessario il punto
su quello che la nostra letteratura di suspense ci ha regalato in questi anni. Il risultato è che avremmo dovuto
scrivere almeno altri tre volumi a testa per descrivere trame, personaggi ed autori e uno di noi due è stato
persino costretto a proseguire on line la sua opera ricerca. Per cui, se in questa breve risposta tralasciassimo
qualcuno potremmo essere accusati di partigianeria (o pugnalati o impiccati o avvelenati), quindi il nostro
consiglio è di leggere i nostri saggi per ricavarne un quadro del giallo italiano anni Novanta da allargare
e integrare. Una sola notazione aggiuntiva: negli ultimi tempi è tornato al successo popolare, il più
talentuoso dei nostri narratori thrilling, Giorgio Scerbanenco. Le sue storie non sembrano affatto avere
subito "l'ingiuria degli anni", ma sono oggi, come allora, vive, toccanti, brutali, vere. E Duca Lamberti,
una volta tanto, dal paradiso degli eroi della letteratura, sembra sorriderci mentre guarda la fitta nebbia
che è tornata nella sua amata-odiata Milano.
[3] Cosa succederà in futuro? Provate a chiederlo a Mino Milani (che non sbaglia un colpo ogni volta
che ci racconta un mistero pavese). Provate chiederlo a Fois, a Pinketts, a Macchiavelli, alla Comastri Montanari,
a Colaprico, a Buccini, a Baldini, a Sclavi, a Camilleri, a Lucarelli, a Piazzese, a Rigosi, Dazieri,
Vallorani, Garlaschelli, Carlotto, Varesi, Genova, Gori... Siamo certi che non avranno bisogno di ulteriori
stimoli per darsi una mossa. Sono sul palcoscenico già da tempo e sanno benissimo che il sipario è alzato.
Noi, dal canto nostro, ci siamo già sistemati in platea per gustarci i loro spettacoli.
Raffaele e Luca Crovi
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[1] Credo che la generazione di scrittori a cui appartengo abbia dimostrato che è possibile in Italia
fare qualcosa che sino a poco tempo fa era ritenuta caratteristica di scritture più evolute specialmente sul
piano della prosa, e cioè raccontare storie interessanti e contemporaneamente scrivere bene. Scrivere
romanzi popolare senza necessariamente appiattirsi verso il basso. Il giallo e il noir, la letteratura
di genere in toto, sono territori perfetti per un'idea del genere, ma non privi di rischi, come ad esempio
quello di essere percepiti come autori di serie B. "Sporcarsi le mani" con la letteratura di consumo è stato
un atto coraggioso: i lettori non si sono sentiti presi in giro e ci hanno dato ragione. Tuttavia non sarei
troppo enfatico, la situazione attuale ha tutto il sapore della continuità: Gadda, Buzzati, Scerbanenco,
Sciascia (per citarne alcuni) si erano già posti lo stesso problema, e l'avevano egregiamente risolto,
in tempi non sospetti. Allora come ora le case editrici si adeguano e diffondono.
[2] Fortunatamente non c'è uno specifico. Fortunatamente le tendenze sono tante, per esempio quelle
linguistiche: noi viviamo in un paese che ha l'opportunità di poter contare su una letteratura nazionale,
e questo senza scadere nell'acquerello regionalistico; siamo un paese fatto così: di città che sfiorano
metropoli e di province inquiete; siamo una nazione antichissima e contemporanea insieme; siamo un posto
pieno di misteri pubblici e privati...
[3] ... da fare ce n'è, siamo solo all'inizio...
Marcello Fois
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