1990/2000 - 10 anni di giallo italiano
di Tecla Dozio e Carlo Oliva (*)
Carta bianca di Carlo Lucarelli esce nel 1990. Lazzaro, vieni fuori di Andrea G. Pinketts
(la "G" - checché sostenga Gianfranco Orsi - non sta per Gedeone) nel '92. I due autori, per quanto
già allora diversissimi tra di loro, possono essere considerati a buon diritto i dioscuri del giallo italiano
degli anni '90. Le due opere prime, in effetti, hanno una forte carica innovativa: più evidente in Pinketts,
con la sua torrenziale inventiva verbale e il suo gusto dell'invenzione barocca, meno esibita in Lucarelli,
che mette a frutto una sorprendente preparazione storiografica per ambientare nella primavera del '45 una
solida storia di indagine. Entrambi gli autori si servono liberamente di alcune convenzioni e di alcuni moduli
narrativi del giallo per portare avanti un loro personalissimo discorso sull'Italia di oggi e di ieri e questo
(implicito) programma caratterizzerà il prosieguo delle loro divergenti carriere. Pinketts, dopo l'insuperato
Vizio dell'agnello ('94), si lancerà in un crescendo (gustosamente solipsistico) di esagerazioni
metropolitane; Lucarelli, continuerà i suoi scavi critici sul fascismo, il postfascismo e gli altri vizi più o
meno occulti della società italiana, dimostrando una notevole vocazione satirica nella serie di Coliandro
(Nikita, 1992; Falange Armata, 1993; Il giorno del lupo, 1994) e raggiungendo, con
Guernica ('96) e Almost blue ('97) un affascinante momento di equilibrio tra realismo e
visione allucinatoria.
Naturalmente le novità non nascono dal nulla. Lucarelli esce dall'esperienza collettiva del bolognese
"Gruppo 13", da cui usciranno, tra gli altri, anche Danila Comastri Montanari, autrice di saporosi gialli storici,
e Marcello Fois, che alterna ai suoi thriller sardi, siano di ambientazione ottocentesca (Sempre caro, '98;
Sangue dal cielo, '99) o contemporanea (Ferro recente, '92; Meglio morti, '94), una
serie di affascinanti incursioni fuori dal genere, dal tono spesso marcatamente sperimentale (Picta, '95;
Il silenzio abitato delle case, '96). E a Bologna, naturalmente, era attivo Loriano Macchiavelli,
creatore fin dal lontano 1974 della prima figura pienamente credibile di poliziotto italiano, l'ormai celebre
Sarti Antonio, e tuttora felicemente operante, in proprio o in copia con Francesco Guccini. La "scuola bolognese",
in effetti, si sarebbe dimostrata particolarmente vitale: il suo ultimo prodotto, Notturno bus di
Giampiero Rigosi (2000) sorprende i lettori più smaliziati per la sua freschezza e per il ritmo con cui ci
introduce nel mondo segreto di una città che di solito non si considera particolarmente misteriosa.
Ma come sa qualsiasi esordiente, i libri, oltre a scriverli, bisogna riuscire a pubblicarli. E a Bologna,
nei primi anni '90, va assolutamente segnalata l'attività editoriale di Luigi Bernardi, che, oltre a pubblicare
Fois e Lucarelli e a far conoscere in Italia , sotto le etichette Metrolibri e Granata, autori del livello di
Didier Daeninckx, Andreu Martin, Patrick Raynal e Paco Taibo II, lancerà una serie di esordienti, non
necessariamente bolognesi, ma sempre di sicuro di talento, come Nicoletta Vallorani (Dentro la notte e
ciao, '95) e Giancarlo Narciso (I guardiani di Wirikuta, '94 e Le zanzare di Zanzibar, '95).
Già con quel primo thriller la Vallorani avrebbe dimostrato, oltre a una straordinaria sensibilità per il mondo
degli emarginati e dei marginali di ogni tipo (una sensibilità di cui avrebbe dato prova anche in La fidanzata
di Zorro '96, Cuore meticcio, '98 e Le sorelle sciacallo, '99), un'audacia formale
imprevedibile, fino ad allora, nella letteratura di genere. Narciso tentava invece le vie del giallo avventuroso
internazionale, reinterpretato in chiave postsessantottina, una tematica già affrontata, in Puerto Escondido
('90), da Pino Cacucci: è chiaro che per entrambi gli autori l'evasione esotica è, in realtà, un pretesto per
interrogarsi sui miti e sui valori di tutta una generazione. Sempre presso Metrolibri era apparsa, nel '93, una
delle più agghiaccianti rivisitazioni dei "misteri di Napoli" che le lettere italiane di oggi abbiano prodotto,
quel Pericle il nero di Nicola Calata, che soltanto cinque anni più tardi avrebbe portato al suo autore,
stavolta con il suo vero nome di Giuseppe Ferrantino, il meritato riconoscimento critico.
Quanto a Milano, giallisticamente parlando, negli anni precedenti al '90 era un centro di esperienze piuttosto
disparate. Ai mystery tradizionali di Renato Olivieri e degli autori della scuderia dell'infaticabile Raffaele
Crovi si contrapponevano esperimenti di giallo politico variamente impegnato (Il sasso dentro, di Ivan
Dalla Mea; Più bianco del bianco, '88, di Sandro Ossola) o si tentavano le più varie contaminazioni,
come quelle che caratterizzano l'opera, scritta o a fumetti, di Tiziano Sclavi. Né mancavano gli autori, come
Laura Grimaldi (Il sospetto, '88 e La colpa, '89, poi seguiti, nel '93, da La paura),
in grado di utilizzare moduli e stilemi del thriller in una narrativa di mainstream di alto livello. La Grimaldi,
prima di lanciarsi, con Marco Tropea, nell'avventura editoriale di "Interno Giallo", aveva diretto il Giallo
Mondadori, che, oltre a pubblicare - allora - i principali autori anglosassoni del genere, offriva con il Premio
Tedeschi un'occasione preziosa per gli esordienti desiderosi di farsi conoscere (anche se pochi, tra i vincitori,
avrebbero dato ulteriori notizie di sé: tra le eccezioni ricordiamo Claudia Salvatori, genovese, che aveva vinto
nel 1987 con Più tardi da Amelia e avrebbe dato, in seguito, prove piuttosto convincenti con Superman
non muore mai, '94 e Sublime anima di donna, 2000). Ma, naturalmente, per Milano la tradizione del
noir realistico si riassumeva nel nome di Giorgio Scerbanenco, la cui riscoperta, con la ripubblicazione di
Milano calibro 9 comincia, più o meno, nel '92. Ed è a Scerbanenco che, idealmente, si richiamano gli
autori di quella che si sarebbe autodefinita, un po' per scherzo e un po' no, la "scuola dei duri", che avrebbe
prodotto, nel '95, una notevole antologia collettiva, Crimine - Milano giallo-nera, un cofanetto di dieci
"millelire" di Stampa Alternativa, cui collaborarono, accanto a una folla di esordienti di belle speranze, autori
già affermati (Pinketts, Ossola, Alessandro Riva, Bruno Brancher...) o in via di rapida affermazione, come Davide
Pinardi, un altro scrittore capace di passare con sicurezza dal genere alla narrativa pura e di mantenersi, nei
due ambiti, allo stesso livello di impegno stilistico e morale, e Barbara Garlaschelli, raffinata distillatrice
di atmosfere e psicologie noir (Nemiche, 1998). Un'altra antologia importante per il giallo milanese
(e italiano) sarebbe stata, l'anno dopo, l'Inverno giallo 1996, curato, come supplemento al Giallo
Mondadori, da Andrea Carlo Cappi, già segnalatosi come divertito ed impenitente rivisitatore di ogni variante
del sottogenere pulp (un atteggiamento che lo accomuna, in un certo senso, a scrittori più legati alle tematiche
tradizionali del noir di azione, come Stefano Di Marino e Sergio Altieri). Ma tutti questi autori, ciascuno a suo
modo, con maggiore o minore impegno e con maggiore o minore fedeltà alla tradizione, sanno servirsi delle convenzioni
del genere come strumento di analisi principe delle contraddizioni di una società metropolitana perennemente in fase
di transizione.
Naturalmente le contraddizioni non allignano soltanto in città. Lontane dal mondo metropolitano, ma solidamente
innestate, attraverso lo strumento della ricerca folclorica, nella realtà della società contadina, con tutte le
sue contraddizioni e i suoi imprevedibili risvolti, sono invece le opere di autori come Eraldo Baldini (Bambine,
'95; Gotico rurale, 2000) o Alessandro Perissinotto (L'anno in cui uccisero Rosetta, '98).
Di ambientazione rurale sono anche i due bei romanzi di Macchiavelli e Guccini, Macaronì ('97) e
Un disco dei Platters ('98). E in provincia, anche se non esattamente in campagna, sono ambientati i
thriller politico sociologici di Massimo Carlotto (La verità dell'Alligatore, '95; Nessuna cortesia
all'uscita, '97; Il corriere colombiano, 2000), che denunciano con appassionato impegno civile
la diffusione della nuova criminalità internazionale nelle opulenti regioni del nostro Nord Est e l'impotenza
di una polizia e di una magistratura che hanno perso il senso del rapporto democratico con i cittadini che
dovrebbero proteggere.
Sempre in provincia sono ambientate le storie siciliane di Andrea Camilleri, lo scrittore che più ha contribuito,
con il suo straordinario successo alla popolarità di cui il giallo sembra godere oggi nel nostro paese. In Sicilia,
si sa, si ambientavano gialli fin dai tempi di Leonardo Sciascia, ma per Camilleri non tutto quanto vi succede si
può ricondurre alla Mafia. L'ormai celeberrimo commissario Montalbano ci ha dimostrato, nei cinque romanzi di cui
è protagonista (La forma dell'acqua, '94; Il cane di terracotta, '96; Il ladro di merendine,
'96; La voce del violino, '97 e La gita a Tindari, 2000) che anche quella regione, un tempo così
remota, si è perfettamente integrata nella realtà di una nazione della quale condivide tutti i possibili vizi,
anche se - forse - riesce a distinguersene per qualche occasionale, periferica virtù. Quanto al suo creatore, che,
come si sa, non scrive solo gialli, ma si esibisce nelle più sorprendenti incursioni nella Sicilia del tardo
Ottocento (memorabile, tra i tanti titoli, La concessione del telefono, '98) con il suo spirito scintillante
e il suo straordinario impasto linguistico è riuscito a far entrare anche nelle zucche più dure il concetto per cui,
all'alba del nuovo millennio, la distinzione tra letteratura di genere e scrittura impegnata è davvero un'anticaglia.
La stessa lezione, d'altronde, ci viene dai due bellissimi noir palermitani di un altro, e diversissimo, scrittore
isolano, Santo Piazzese (I delitti di via Medina-Sidonia, '96 e La doppia vita di M. Laurent, '98).
Oggi, di fronte a tanta ricchezza di motivi e di soluzioni, il compito dei nuovi arrivati, di chi dovrebbe,
in sostanza, trovare qualcosa da nuovo da dire, sembrerebbe piuttosto improbo. Ma a giudicare dai primi tentativi
di Sandrone Dazieri (Attenti al gorilla, '98), Giampaolo Simi (Direttissimi altrove, '99),
Goffredo Buccini (Canone a tre voci, 2000) e Leonardo Gori (Nero di Maggio, 2000) si può essere
francamente ottimisti. Il giallo italiano gode di ottima salute e tutto fa pensare che i suoi autori continueranno
a stupirci. Vedremo.
Abbiamo posto queste domande a: Andrea Camilleri, Raffaele e Luca Crovi, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Loriano
Macchiavelli e Nicoletta Vallorani.
[1] Gli anni '90 sono stati caratterizzati da una grandissima diffusione, a livello editoriale, critico (?) e
giornalistico, del giallo italiano. Secondo te, si tratta di un fenomeno puramente quantitativo, dell'ennesima
moda culturale eterodiretta, o si può parlare di uno sviluppo originale, di un'autentica svolta innovativa?
Nel qual caso, quali ne sarebbero le caratteristiche?
[2] Come definiresti lo specifico del giallo italiano di oggi? E quali ne sono le tendenze e gli autori più
significativi?
[3] E adesso che succede? Si tira avanti più che si può sfruttando l'onda favorevole o è giunto il momento
di darsi di nuovo una mossa?
Ecco le loro risposte:
Andrea Camilleri
Raffaele e Luca Crovi
Marcello Fois
Carlo Lucarelli
Loriano Macchiavelli
Nicoletta Vallorani
Oh, a proposito. La mia avventura alla Sherlockiana - Libreria del Giallo è iniziata proprio nel 1990.
Mi piace pensare di aver avuto anch'io la mia parte, pur piccola quanto si vuole, nel successo del giallo
italiano.
Tecla Dozio
(*) per gentile concessione, apparso nel pieghevole di presentazione del Noir in Festival 2000
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