Non e` bello ne` affascinante, ma e` uno di quei personaggi che difficilmente, una volta chiuso il libro e letta l’ultima pagina, scivolano via dalla memoria del lettore: sto parlando di Cetin Ikmen, ispettore della polizia di Istambul, protagonista de La figlia di Belshazzar, romanzo della scrittrice inglese Barbara Nadel.

Fumatore accanito (come del resto i luoghi comuni vogliono che sia ogni turco), discreto bevitore, padre di ben otto figli, che gli affollano la casa insieme alla petulante ma innamoratissima moglie perennemente incinta e all’ingombrante, geniale anziano genitore, questo bizzarro detective della polizia di Istambul si trova alle prese con una vicenda intricatissima, che ruota attorno all’uccisione efferata di un anziano ottuagenario ebreo, tale Leonid Mayer, nel quartiere ebraico della citta`.
Lo spettro dell’antisemitismo sembra aleggiare sinistramente sulla citta` e le autorita` sollecitano l’ispettore a trovare tempestivamente una soluzione al caso. Ben presto le indagini, che si rivelano tutt’altro che facili, puntano su due possibili colpevoli: Robert Cornelius, un ambiguo e tormentato insegnante di lingua inglese, e Reinhold Smits, un industriale di origine tedesca dagli inquietanti trascorsi filo-nazisti. Indagando sul passato di Mayer e scavando nella vita privata dei due principali indiziati, pero`, Ikmen individua anche un’altra pista, che porta a una misteriosa ragazza e alla sua famiglia, dominata dall’energica ed enigmatica figura di un’emigrata russa ormai novantenne, depositaria di un segreto dalla portata dirompente.
Le piste si intrecciano, si confondono, si racchiudono una nell’altra proprio come in una "matrioska" che dispensi sempre nuove sorprese, disorientando il nostro ispettore, la cui tenacia e il cui intuito saranno messi a dura prova fino all’incredibile, sconvolgente finale.

Si tratta, indubbiamente, di un romanzo estremamente accattivante, il cui fascino e` determinato sia dal continuo intrecciarsi di vicende attuali e di episodi che risalgono agli anni Quaranta e alla Rivoluzione russa, sia dal fascino esotico di Istambul, moderna metropoli cosmopolita sospesa tra due mondi, capace, al contempo, di mostrarsi caotica e congestionata, ma anche di conservare magicamente, in alcuni quartieri, tracce fastose di un glorioso passato.
Su questo sontuoso proscenio si muove una galleria di personaggi indimenticabili, le cui storie e le cui complesse personalita`, ottimamente delineate, si confrontano e si scontrano dando vita ad un meccanismo giallo sicuramente avvincente e in grado di riservare continui colpi di scena, mai scontati o artificiosi.
Forse stupisce e un poco diverte la sorprendente –e talvolta letale- vitalita` di questi arzilli vecchietti, che trascinano il lettore a fare i conti con la storia piu` o meno recente di questi territori a cavallo tra Oriente e Occidente. Su tutti domina la figura scorbutica, intelligente e profondamente umana dell’ispettore Ikmen, per il quale sono stati scomodati paragoni impegnativi col commissario Maigret, anche se personalmente lo accosterei piu` volentieri, forse per motivi di... latitudine, al simpatico commissario Kostas Charitos di Petros Markaris.
Barbara Nadel, che ha saputo imprimere un ritmo serrato alla storia grazie a uno stile sempre vivace e gradevole, ha imperniato intorno a questo detective un’intera serie, che probabilmente verra` proposta sul mercato italiano dalla Hobby & Work; gli altri titoli della serie sono: A Chemical Prison, Arabesk, Harem, Deep Waters.

Barbara Nadel, La figlia di Belshazzar
2003, Hobby & Work, pp. 439, 17,00 euro


Genova, 2 febbraio 2004


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