L'ultimo lavoro di Giulio Mozzi e` una folta raccolta di racconti intitolata Fiction. Sedici pezzi, alcuni scritti da altri, uno addirittura da un anonimo. Pero` dietro c' sempre lui, Mozzi. L'autore di alcuni dei piu` bei libri di racconti usciti negli ultimi vent'anni (v. le raccolte Questo il giardino, La felicita` terrena). Gli scrittori da lui inventati sono i suoi alter ego, allora qui le cose si complicano visto che abbiamo una finzione nella "Fiction".
Un gioco di specchi che abbaglia e stordisce, che crea inquietudine perche` alla fine ci assale una domanda alla quale e` difficile, poi, riuscire a dare una risposta: "Noi chi siamo realmente?". Don Mario, il prete del primo stupendo pezzo della raccolta intitolato "La fede in Dio", afferma che noi "siamo servi inutili", poi semplifica ulteriormente e ci dice che "noi siamo inutili". Tutti: servi e non servi. Opinione difficile da mandare giu`, tanto che il protagonista di questa storia s'incazza cosi` tanto da strangolare il prete.
Bene. Ora pero` occorre vedere se per Mozzi tutto e` finzione, e allora s'andrebbe a finire in un cupo nichilismo o, al contrario, che la finzione e` realta`, e` nella realta` e se le cose stanno in questo modo con la finzione occorre fare i conti per gettare le basi di una nuova etica. Penso che la seconda ipotesi sia quella giusta, soprattutto tenendo presente il libro precedente a questo, e cioe` Il culto dei morti nell'Italia contemporanea (2000), dove Mozzi trasforma spezzoni di letteratura (di finzione) in realta` tangibile (il suo libro).
C'e` un'ansia d'assoluto nelle storie raccolte in Fiction, ci sono personaggi pervasi da una perfezione maniacale: la parola deve dire, svelare, o quantomeno sforzarsi di svelare. Per questo i pezzi sono narrati tutti in prima persona e la scrittura e` densa, corposa, fitta d'intreccio. Poi, pero`, ci sono le "note aggiuntive" con un carattere tipografico ridotto, che in realta` aggiungono ben poco alla storia, ma sono importantissime. Note che dovrebbero precisare, invece hanno sviluppi comici, surreali e la loro presunta oggettivita` svela particolari assurdi: il professore perfetto che ritroviamo incarcerato per violenza carnale, le date ben oltre la data di stampa del libro, ecc. Quindi le "note aggiuntive" che dovrebbe svelare come stanno obbiettivamente le cose, con distacco e scrupolo cronachistico, confondono ancor piu` le idee, sono assai piu` finte della finzione, della parte precedente narrata in forma soggettiva.
La realta`, allora, si fa ambigua e il tutto si tramuta in niente: "L'errore va eliminato fisicamente", "Verso l'errore bisogna essere nazisti" (da Alzabara). Si`, ma qual e` l'errore?

La realta` spesso e` finta, pur essendo reale, come la vita dei due professori proprio in Alzabara, tant'e` che poi la falsita` del loro rapporto umano esplode in un gesto atroce e assurdo, proprio come una finzione (ma vera). Viene in mente Pirandello, certo, ma anche l'ultimo libro di Paul Auster, Esperimento di verita`. Tra l'altro Auster e` un autore molto citato (e presumo amato) da Giulio Mozzi. Nel breve libro dell'americano molte cose in apparenza incredibili, finte, assurde diventano vere, reali. Dall'imprevedibile flusso della vita viene fuori la musica del caso, la stessa che ha improntato i grandi romanzi della Trilogia di New York.
Niente e` piu` realistico della finzione? O e` la realta`, a volte, a sembrare (o essere) finta?
La prima parte di Fiction scorre via che e` una bellezza, la seconda un po' meno e alla fine c'e` la sensazione di aver letto due raccolte di testi ben distinti. Pero` e` il tutto, l'insieme, che da` senso al libro. I racconti iniziali sono ossessivi eppure assai fluidi, torrentizi. Poi le cose si complicano, volutamente, si fanno piu` complesse, piu` sfaccettate e vengono fuori i racconti di queste creature inesistenti (Franco Brizzo, Giovanna Melliconi, Carlo Dal Cielo, Lucio De Palma, quest'ultimo gia` incontrato sul newsgroup it.cultura.libri). Persino un anonimo che s'inventa una stranissima "Proposta per pubblicare un giornale quotidiano intitolato a Padre Pio", anche questo pezzo postato in precedenza su it.cultura.libri.
Gli artisti inesistenti, ma artisticamente vivi, dietro i quali si nasconde l'autore (pero` Mozzi lo dice e quindi la sua e` una finta finzione) fanno pensare a figure di passaggio per riuscire a dire delle cose in modo diverso. Nel fare questo c'e` un intento dissacrante della figura dell'artista, pero` si corre il rischio che alla fine questo gioco di specchi la esalti ancora di piu`: l'artista che partorisce artisti non e` un eccesso di narcisismo? In ogni modo in Mozzi c'e` questo forte desiderio di andare oltre il racconto per immergersi nella realta`. Pero` abbiamo detto che la realta` e` anche finzione, quindi si puo` tornare a fingere, a raccontare. Non a caso Mozzi aveva annunciato nel Male naturale (1998) che non avrebbe piu` scritto libri di racconti e invece, dopo quella drastica decisione, e` venuto fuori questo libro denso e nitido. Ed e` una fortuna per noi lettori.
Nello scrittore padovano c'e` una forte esigenza comunicativa. Quando si leggono le sue storie si ha come l'impressione che l'autore voglia saltare fuori dal libro e mettersi a parlare con il lettore: passare dalla finzione alla realta`. Non a caso in ogni libro (fin dal primo) si trova stampato il suo indirizzo e si e` inventato Vibrisse, un "bollettino settimanale di letture e scritture" con il quale dialoga via e-mail con oltre mille abbonati.
Il libro gli sta stretto, insomma, e anche l'invenzione degli artisti rientra in questa forte esigenza sperimentale.

Quasi tutti i racconti di Fiction hanno uno sfondo noir, a Giulio Mozzi riescono bene le storie tristi o dure, a volte spietate. Vicende ossessive dove la voglia di verita` si avvita su se stessa o sfocia in un allucinato iperrealismo, che sembra non avere pieta` degli uomini.


Giulio Mozzi, Fiction
2001, Einaudi, pagg. 272, 28.000


Roma, 7 dicembre 2001


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