Anch'io, come tanti, sono cresciuto a pane e Agatha Christie. Ricordo come fosse oggi, l'impressione che da piccolo (avro` avuto otto/nove anni) mi fece la lettura di Tre topolini ciechi in una versione condensata, come si diceva allora, scovata a casa di qualche parente in uno di quegli assurdi volumi di Selezione. Quello e` stato il colpo decisivo, ragazzi. Da allora, non mi sono piu` ripreso (e vedete bene come mi sono ridotto). E cominciavo bene... gia` nel primo giallo che leggevo in vita mia c'era una, diciamo cosi`, scorrettezza memorabile (che taccio per decoro, anche se credo tutti sappiano chi e` l'assassino).

Credo che la Christie sia, stilisticamente, una pessima scrittrice. Le "psicologie di certa nobilta` inglese" dell'epoca sono state tratteggiate assai meglio, che so, da autori come Evelyn Waugh, Ivy Compton-Burnett (scrittrice che ho sempre pensato avere con la Christie sorprendenti affinita`), Georgette Heyer (nei suoi pochi ma eccellenti gialli), P.G.Wodehouse. Tutta gente che, rispetto alla Christie, aveva una ben altra padronanza della lingua, addirittura a livelli vertiginosi, come nel caso di Wodehouse o di Waugh.
L'inglese della Christie e` greve, spento, a volte pesante come il piombo. Il livello della scrittura e` spesso deprimente, con qualche occasionale sprazzo di brillantezza a ravvivare un panorama prevalentemente uniforme.
Non e` un caso, a mio avviso, che la Christie non abbia mai avuto problemi a riadattare per il teatro i suoi romanzi (o racconti): le commedie mostrano, secondo me, il lato piu` sentito della sua vocazione letteraria, fuori dalla fastidiosa necessita` di dover rimpolpare il testo con noiose descrizioni di paesaggi, abitazioni, persone o stati d'animo.
E questo e` gia` un primo indizio, secondo me.

Il nocciolo della questione, in realta`, sta altrove. Sta nel profondo equivoco in cui, per decenni, si e` dibattuta la valutazione critica della Christie. Sta nel fatto che, con ogni evidenza, Agatha Christie e` uno degli autori piu` fraintesi e male interpretati di tutta la letteratura del Novecento.

Suggerisco, a chi e` interessato all'argomento, la lettura di un aureo libretto pubblicato in Francia nel 1998 dalle Editions de Minuit: Qui a tué Roger Ackroyd? scritto da Pierre Bayard, studioso di teoria della letteratura (edizione inglese, piu` facilmente reperibile, Who Killed Roger Ackroyd?, Fourth Estate, 2000).
In questo studio Bayard smonta un pezzo per volta quello che e` forse il piu` famoso romanzo della Christie, e certamente quello che in massimo grado le ha procurato le piu` veementi accuse di "scorrettezza"; e poi utilizza gli elementi appena smontati per comporre un "nuovo" The Murder of Roger Ackroyd, che conduce a una soluzione completamente diversa e perfettamente plausibile (anzi, forse piu` plausibile dell'originale). Soluzione che sostiene, e dimostra, che il vero assassino non e` quello dichiarato, e rivelato, al termine del romanzo.
Con questo tour de force Bayard intende farci capire che, sotto la superficie del romanzo originale, la Christie ha inteso seppellirne un altro, ben piu` profondo, il cui disvelamento e` completamente lasciato al lettore.
[E il fatto che la Christie fosse moglie di un archeologo, e grande appassionata di scavi per proprio conto, non puo` che indurre alla riflessione]

Gèrard Genette, in Figures III, uno dei testi fondamentali di teoria della narrazione, cita proprio il Roger Ackroyd della Christie, assieme ad Armance di Stendhal, come esempio del cosiddetto racconto "a focalizzazione interna fissa" (ovvero, un testo nel quale tutto il racconto passa attraverso il punto di vista del narratore); racconto in cui, a un certo punto, ha luogo una "parallissi" (ovvero, l'omissione di un'azione o di un pensiero importante, che il narratore sceglie di dissimulare al lettore). In Armance si tratta dell'impotenza sessuale del narratore; nell'Ackroyd... beh, leggetevelo, non ve lo diro` certo io.

La stessa intuizione, a proposito del Roger Ackroyd, l'ha avuta anche Roland Barthes, mi pare in S/Z, che definiva la "scorrettezza" della Christie con l'espressione ben piu` accademica di "mescolanza dei sistemi".
Leggo sul libro di Bayard, poi, che l'ultimo scritto lasciato da Georges Perec era per l'appunto un saggio sul Roger Ackroyd; saggio rimasto purtroppo incompiuto, ma del quale sono apparsi estratti sulla rivista Littérature.

Gran parte dei romanzi della Christie nasconde un doppio (a volte addirittura triplo) livello di lettura. La cosa piu` impressionante, per citarne una, e che a distanza di quarant'anni la Christie ripete pari pari, forse in maniera ancor piu` sottile, la scelta stilistica di Roger Ackroyd in quello che a mio avviso e` il suo capolavoro assoluto, Endless Night (Nella mia fine e` il mio principio, 1967).
E, ancora, la terza variazione sul medesimo tema (ma cronologicamente scritta per seconda, nel 1946: Curtain (Sipario, 1975).

Ma l'idea formante del Roger Ackroyd percorre come un fil rouge l'intera opera narrativa della Christie, il piu` delle volte mescolata ad altre fondamentali manipolazioni combinatorie della verita` dei fatti.
Secondo Bayard - e si puo` essere d'accordo - "La varieta` e la complessita` delle situazioni proposte dalla Christie, se da un lato dovrebbero servire a rafforzare il modello di romanzo giallo proposto da Van Dine mediante la semplice proliferazione di opere basate sulle regole di Van Dine stesso, dall'altro lato servono invece ad esporre i punti deboli della teoria vandiniana. Alla fine, l'intera opera della Christie rivela una tale molteplicita` di significati, all'interno della quale ogni elemento, modificabile all'infinito, va preso con assoluta cautela".
Il che vuol dire, in estrema sintesi, che a forza di complicare le cose, e di suggerire sempre un secondo livello di lettura, la Christie finisce col dissolvere l'idea stessa di leggibilita` del romanzo giallo cosi` come appena teorizzata da Van Dine: ovvero, una e una sola soluzione.
[curioso, ancora, come gia` nel 1958 il titolo dato alla traduzione italiana di Ordeal by Innocence ponesse, forse inconsciamente, l'accento su questo aspetto cardine della poetica christiana: Le due verita`].

Per concludere, vorrei ricordare quella che resta, per me, la piu` brillante applicazione post-christiana della teoria del punto di vista nel romanzo giallo: The Big Clock di Kenneth Fearing (Il grande orologio, 1946): un romanzo che, proprio come il Roger Ackroyd, esige l'intervento del lettore per poter funzionare.
Agatha Christie come precursore del nouveau roman? C'e` da pensarci su.


Firenze, 29 dicembre 2001


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