Di Andrea Camilleri si è scritto e detto praticamente tutto. A che pro, allora, tornare a parlarne? Perché, a nostro modesto avviso, l'anziano ma vitalissimo autore siciliano non ha ottenuto in pieno il riconoscimento critico che pure, indubbiamente, merita. Il fatto è che, se la critica dei quotidiani o dei settimanali l'ha più volte osannato (con termini, a onor del vero, talvolta eccessivamente adulatori) e il pubblico lo ha amato e premiato, la comunità accademica lo ha ingiustamente trascurato, quando non dimenticato.
Può essere utile optare allora per un approccio che tenga conto della nostra biografia culturale. Ci siamo avvicinati allo scrittore di Porto Empedocle, con un doppio preconcetto: in primo luogo, con la noia con cui si legge un produttore di bestsellers il cui appeal è inversamente proporzionale al numero di copie distribuite sui comodini delle stanze da letto italiane (come John Grisham, Ken Follett, Scott Turow, Dan Brown…); in seconda istanza, l'errata presentazione di Camilleri come "scrittore di giallo ottocentesco" (mai affidarsi alle categorizzazioni dei critici di giornata…), genere non troppo amato da chi scrive. Sebbene sia allergico assai al thriller da supermercato, all'odore di Manzotin indelebilmente associato alle pagine degli artigiani modaioli di certe operette onnipresenti negli scaffali, a quei libri il cui titolo sembra essere specchio delle tentazioni omicide che il lettore sente pulsare dopo averne letto qualche brano, l'operazione di avvicinamento a Camilleri ha comportato l'ennesima conferma di quanto stupido sia siffatto atteggiamento: da un lato, non sempre ma qualche volta sì, il pubblico premia opere realmente corpose e innovative come quelle del creatore di Montalbano; dall'altro, l'uso di categorie stantie e muffite, quale quelle di "giallo" o "poliziesco", evidenzia quanto esse siano ridotte a termini oramai privi di qualsivoglia utilità euristica, applicabili come sono a un ventaglio enorme di romanzi tra loro anche estremamente differenti.
Fatta luce sul duplice idiota pregiudizio che ci ha avvinti (contro i produttori di bestsellers; contro gli appartenenti a supposti generi o filoni), dobbiamo ringraziare il romanzo - tra l'altro non eccezionale - che l'idiozia di questa preclusione, appunto, ha fatto emergere: La mossa del cavallo. Trattasi di un Camilleri non dedicato a Montalbano, in cui si narra la storia di un giovane finanziere, Giovanni Bovara, siculo di sola nascita, ma genovese d'adozione, il quale, addetto alla sovrintendenza dei molini, finisce per impattare contro lo spesso muro di omertà e connivenze che circonda il fenomeno mafioso.
Ambientata tra il 1 settembre e il 15 ottobre 1877, la storia gode delle due maggiori gemme che la narrativa dello scrittore agrigentino abbia mai messo in mostra [1]: il disegno di personaggi a tutto tondo e l'abilità linguistica.
Sotto il primo profilo, La mossa del cavallo prolifera di caratteri irresistibili: persino quelli delineati con un abbozzo o poche righe, come l'usciere Caminiti o il cavaleri Brucculeri, lasciano al lettore una vivida orma di vitalità e precisione descrittiva. Ma è con i pezzi pregiati del racconto che Camilleri offre il meglio di sé: in particolare, sono straordinarie le scene con il parrino Carnazza, prete sessualmente ingordo, e quelle con donna Trisina Cicero, vedova affamata di soldi e dai facili costumi. Impagabili le pagine in cui l'uomo di Chiesa ascolta con pazienza la femme fatale sciorinare l'intero prezzario con un bene o un oggetto per ciascuna prestazione, sino alla richiesta massima di due preziosi candelabri per l'atto completo. Candelabri di cui patre Carnazza simula il furto, in un brano dove lo humour sfiora il sublime:
 
"Matre santissima! Male si sente u parrinu!" fece voce una parrocciana prontamente stèrica. In quattro o cinque tra màscoli e fìmmine si precipitarono oltre la balaustra, tennero addritta patre Carnazza che minazzava di cadere in terra.
"Chi fu, parrì?"
"Che si sente, parrì?"
"Non ci facesse scantare, parrì!"
Patre Carnazza dava l'impressione d'assufficare, non riniscìva a parlare.
"Aria! Aria!" fece uno.
"Chiamate u dutturi!" fece un altro.
Le due voci vennero sovrastate da quelle della signora Cuccurullo Ersilia in Imbrò, fìmmina inclinata alla tragedia, che una volta aveva cangiato per terremoto una sullenne piritàta del consorte:
"Nenti! Nenti! Morto è."
E intonò, con voce acutissima, un Inno per un'anima che lascia il mondo scritto e musicato dallo stesso patre Carnazza che ogni tanto di cose spirituali si dilettava:

"Mondo più per me non sei,
Io per te non sono più!
Tutti già gli affetti miei
Gli ho donati al mio Gesù."

"Basta accussì! Meglio sto!" gridò il parrino che pativa di superstizione e si era perciò atterrito all'iniziativa della signora Cuccurullo.
Si bevve un bicchiere d'acqua che qualichiduno gli aveva portato e, indicando l'altare maggiore con l'indice che gli tremoliava, parlò accussì vascio che in molti non lo sentirono:
"I cannilèri!"
(…)
"Si l'arrubbarono!" disse patre Carnazza.
"Si l'arrubbarono!" fece il coro dei fideli segnandosi.
"Sagrilegio!" gridò patre Carnazza.
"Sagrilegio!" ripeté il coro.
Prontissima, la signora Ersilia Cuccurullo intonò un inno, Quale è il frutto del peccato? , originariamente in latino, ma che nella sua versione suonava pressappoco accussì:

"Quali fruttum habuisti
del piccatu ca facisti?
Nelle fiammi dell'inferno
ora arrosti a foco eterno" [2].
 


La sfida di riprodurre un intero ambiente, geograficamente e storicamente assai delimitato, Camilleri l'ha vinta trionfando: e non era una sfida da poco, considerando i rischi della macchietta e del folklore in costante agguato.
Se possibile, di ancora più ardita scommessa si può parlare a proposito del lavoro sulla lingua di cui è intessuto questo romanzo. Camilleri modella l'idioletto del protagonista su un complicato impasto di dialetto genovese e siciliano.
A onor del vero, va detto che il genovese è terreno assai ostico, come può evincersi da quest'estratto:
 
O Giovanni o l'à sentïo un rigô de freido inta schenn-a: â mæxima pòula lo stesso sguardo del ragno into seunno da neutte avanti. (…) A vìdoa balzò sulla carena, a l'ëa tosto grande comme lê, a l'à piggiòu o pacco co-e doe moæn, o l'à tegnùo un momento co-e brasse attese in avanti e dappeu a ghe l'à dæto con unn'äia seria. A l'ëa stæta comme unna cerimonia in scilensio [3].
 


Ma il fatto sensazionale che elegge un'opera tutto sommato dignitosa e non straordinaria a encomiabile terreno di sperimentazione linguistica è un altro: cioè, che l'evoluzione del parlato di Bovara funge anche da chiave di svolta dell'intero impianto narrativo. Infatti, è solo grazie alla decisione dell'Ispettore capo ai molini di riprendere in mano la lingua dei suoi genitori abbandonando il genovese che egli, con un'operazione filologicamente ineccepibile, giunge alla corretta interpretazione linguistica dell'omicidio di patre Carnazza, di cui era stato accusato, e quindi al suo scagionamento.
Da registrare, ancora, un'abilissima gioia creativa: magnifica tanto la trovata del Catalogo dei sogni che disegna una chiusa onirica e nello stesso tempo d'ironia feroce [4] quanto quella di interpolare al racconto "faldoni" [5] che riproducono (finti) materiali documentali vari (rapporti, note, dispacci, lettere ufficiali, raccomandazioni di onorevoli e deputati, articoli di settimanali e quotidiani, missive private).
C'è un'ultima ragione per cui La mossa del cavallo va letto ed è l'impegno civile che vi alberga. In tempi in cui il dibattito sui rapporti tra mafia e politica è nuovamente all'ordine del giorno, questo volume può stare accanto ad altri libri come La mattanza di Lucarelli, a film come Alla luce del sole di Faenza o a trasmissioni televisive come Report della Gabanelli come stimoli culturali d'innegabile interesse.
Sebbene tardo-ottocentesca, la società di Montelusa rispecchia, tragicamente, la realtà sconsolante delle mafie nel panorama siciliano e, più in generale, meridionale. La mafia di Don Cocò Afflitto ha poco o nulla dell'oleografica rappresentazione cui ci ha abituati una certa (cattiva) letteratura: essa, al contrario, ha la moderna faccia di una solida rete di imprese prontissime a riciclare in modi puliti i proventi delle attività illecite. Naturalmente, un tale progetto ha bisogno di una complessa tessitura di collusioni, connivenze e protezioni che va da funzionari corrotti a giornali controllati, da appoggi curiali (le pressioni del vescovo per reintegrare i sottoispettori compromessi) alle abitudini omertose della cittadinanza tutta.
Però, per fortuna, Andrea Camilleri è uomo del Sud e sfugge il rischio, ahimè alquanto frequente (anche a livello ministeriale…), di inscenare l'ennesima raffigurazione semirazzistica di un Mezzogiorno costitutivamente teso al malaffare. Sa, Camilleri, che in queste terre, se tanto più facile è essere risucchiati in un sistema socio-economico e culturale che affonda le radici in un remoto passato e avvince con le armi potenti del ricatto, del sopruso, della viltà mafiosa, tanto più difficile - e, perciò, tanto più ammirevole - è la testimonianza della fedeltà ai principi della Legge e del vivere civile: è per questo che ci appaiono eroi uomini come il ragionier Bovara e il procuratore Rebaudengo (venuti dal Nord), ma anche il magistrato Giosuè Pintacuda (i cui estremi denunciano un'evidente sicilianità), che altrove svolgerebbero semplicemente e tranquillamente il proprio lavoro.
Antonio D'Orrico non poteva, allora, chiuder meglio la sua introduzione:
 
Un critico (?), docente universitario di letteratura italiana, ha affermato: "Andrea Camilleri non è uno scrittore importante del Novecento". Ha ragione, siamo nel Duemila [6].
 




Note:

[1] Come evidenziato nella bella introduzione di A. D'ORRICO, Il successo logora (chi non ce l'ha) , in A. CAMILLERI, La mossa del cavallo, Milano, Corriere della Sera - I grandi romanzi italiani, n. 14, 2003, pp. 7-12.

[2] A. CAMILLERI, op. cit. , pp. 93-94. La stessa donna, qualche pagina dopo, sarà protagonista di qualche altra memorabile riga: "Non solo tutto il paìsi aveva saputo che il parrino era stato sparato, ma tutti canoscevano macari ca il corpo non era stato ritrovato. Da quest'ultima notizia la signora Ersilia Cuccurullo aveva formulato chiaro concetto e cioè che, come Gesù, patre Carnazza era risuscitato e per questo non lo trovavano" (Ivi, p. 167).

[3] Ivi, p. 66. Non a caso, onestamente, l'autore in una nota finale ringrazia Silvio Riolfo Marengo per aver guidato Bovara "nel labirinto del dialetto genovese".

[4] Con "immagini, frasi, parole" rubate, come confessa Camilleri stesso, a Kafka, Faulkner, Firpo, Sciascia, Hemingway, Hammett, Joyce e Proust. Nello stesso spazio, lo scrittore riconosce che alla base della trama c'è un fatto di cronaca - l'omicidio di un prete di cui è accusato ingiustamente un ispettore ai molini torinese - narrato in un libro del 1876, ma pubblicato di recente: L. FRANCHETTI, Politica e mafia in Sicilia, Napoli, Bibliopolis, 1995 (cfr. A. CAMILLERI, Nota, in ID., op. cit. , pp, 235-236).

[5] Due per l'esattezza, ma molto rilevanti nell'economia generale del racconto: il Faldone A va da p. 101 a 145, il Faldone B da p. 177 a p. 197.

[6] A. D'ORRICO, op. cit. , p. 12.


Mario Tirino, Febbraio 2005


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