Austerlitz e` l’ultimo libro dello scrittore tedesco Winfrid Georg Sebald, pubblicato nel 2001 poco prima della morte avvenuta in un incidente stradale. Un romanzo che intreccia con intelligenza la Storia alla riflessione filosofica, la cronaca alla fotografia. Un amalgama denso e coinvolgente che parte alla grande e solo all’ultimo perde un po’ il ritmo. Ma nel frattempo sono accadute tante di quelle cose... ci si e` spostati in Europa, si e` tornati indietro nel tempo, si sono ricostruite vite spezzate dalla follia della guerra e dello stermino nei lager.
Al tema storico e della memoria si affianca quello dell’architettura. Nella prima parte Jacques Austerlitz, il protagonista del romanzo che e` professore a Londra di storia dell’architettura, parla di edifici importanti, di strutture possenti tese al grandioso, al monumentale, al duraturo e che comunque poi sono crollate ugualmente o non hanno assolto al compito loro assegnato. Come alcune perfette fortezze che dopo anni (decenni) di costruzione alla fine sono risultate del tutto inutili, perche` superate da nuovi metodi d’attacco. Edifici nati da un’idea di lavoro ben fatto, di perfezione, di razionalita` totalizzante. Un’idea che spinta all’eccesso diventa inquietante, persino nefasta e che molto assomiglia a quella che ha spianato la strada all’idea nazionalsocialista, e ha sostenuto l’azione degli "specialisti" alla Otto Adolf Eichmann.

L’io narrante incontra per la prima volta il misterioso personaggio di Austerlitz alla stazione ferroviaria di Anversa. Siamo nel 1968, poi gli incontri proseguiranno per trent’anni, casualmente, e ogni volta si riprende il discorso dove lo si era lasciato la volta precedente. Austerlitz e` un uomo alto, calmo e - nell’ultimo incontro - gia` avanti con gli anni e coltissimo. Vive da solo a Londra, in un piccolo appartamento arredato in modo semplice, spartano. L’uomo passa il tempo a ricordare, anche piccoli episodi, all’apparenza insignificanti o secondari. A scrivere, a passeggiare di notte, a scattare centinaia d’istantanee a edifici, stazioni, caserme. O a rivedere mille volte vecchie fotografie in bianco e nero che tratta come preziosi frammenti utili a ricomporre i destini delle persone travolte dalla Storia.
Austerlitz inizia a raccontare la sua vita, in un lungo e denso monologo che si allarga a ragnatela e coinvolge altre persone, altre storie. Svela il passato a tappe, a ogni successivo incontro con l’interlocutore. Comincia dall’infanzia trascorsa in Galles nella casa del predicatore calvinista Elias, poi della vita in collegio dove va a studiare e gli verra` rivelata la sua vera identità.
La storia a ritroso ci conduce pian piano al cuore di un’Europa devastata dall’odio, dalla guerra, dalle deportazioni. Si entra nel ventre molle e malato della civilta` europea dei primi decenni del 900 passando per arterie secondarie, mettendo a fuoco dettagli apparentemente insignificanti. Per esempio: le ordinanze di deportazione battute a macchina con precisione maniacale e inviate alle famiglie ebree, nelle quali veniva assicurato che sarebbero state trasferite in alberghi ameni, in luoghi salubri. Poi l’arrivo alle baracche sovraffollate, freddissime. La mancanza di cibo. La disperazione negli occhi dei deportati letta in foto rintracciate in biblioteche e musei. I suicidi, la follia. E poi i convogli con i figli dei deportati nei lager che arrivavano in Inghilterra. Bambini salvi, ma privi d’ogni affetto, strappati alle proprie origini.
Il treno di Austerlitz e` partito da Praga, egli sara` così fortunato da sfuggire ai campi di sterminio, di sopravvivere al grandioso progetto nazista che considera lo sterminio e la guerra mezzi indispensabili (e giusti) per edificare un nuovo ordine: perfetto e duraturo. Pero` il bambino resterà segnato per sempre. Potra` studiare o viaggiare quanto vorra`, ma sulle spalle portera` sempre il peso di una immensa solitudine.
Solo nel 1998 il protagonista del romanzo tornera` a Praga per provare a riempire il vuoto che da sempre sente dentro di se`. Incontra la vecchia balia, rintraccia la sua casa, indaga su tutto in modo ossessivo. Visita musei, fa ricerche nelle biblioteche per conoscere tutti i documenti disponibili sul periodo della guerra. Studia attentamente ogni foto, ogni carta disponibile. Poi parte per Parigi e seguita a indagare per avere notizie del padre lì fuggito e, probabilmente, lì deportato.

Scrittura inusuale quella di Sebald, fatta non solo di parole ma anche di fotografie e riproduzioni di documenti anche del tutto secondari, come il biglietto d’ingresso a un museo. Una prosa laboriosa e malinconica che seduce e impressiona, anche quando sembra fare il verso alla letteratura, come a volerne dichiararne l’inutilita` o l’impotenza a fermare i drammi della Storia. Un libro difficile, persino ambiguo, ma che affascina e incuriosisce parecchio, anche quando lo stile elegiaco si fa esagerato, saturo di richiami letterari e prende un tono malinconico per via dei periodi lunghi e lenti e provoca nel lettore (o almeno a me) un senso d’angoscia, di straniamento.

L’osservazione saggistica o filosofica tenta d’amalgamarsi alla riflessione sull’uomo, sulla tragicita` della Storia, sulla necessita` – seppure dolorosa – della memoria. Pur in una visione profondamente pessimistica della vita e dell’uomo c’e` uno sforzo ostinato di fondere finzione narrativa e realta` documentata, fotografica, incontestabile. Anche gli altri libri di Sebald sono pieni di fotografie, come se le immagini fossero indispensabili a sorreggere la traballante impalcatura delle parole. Ma e` solo un vezzo, un gioco (tragico). Si sa che alla fine tutto sara` inutile: del passato non rimarra` nulla, della verita`, così come dei destini umani, solo qualche frammento. E allora tornano alla mente le possenti fortezze descritte nella prima parte del romanzo, molto simili a cattedrali nel deserto.
Quello di Sebald a mio avviso e` uno sforzo riuscito perche` Austerlitz e` un grande romanzo, dolente e necessario. Fa pensare all’Uomo senza qualita` per via dei periodi lunghi, l’assillo del dettaglio e le continue digressioni. Per la sperimentazione linguistica e lo sguardo ossessivo e pessimista lo si puo` accostare ai migliori lavori di Thomas Bernhard, soprattutto – per via dei contenuti – al romanzo Un bambino.


Winfrid Georg Sebald, Austerlitz
tr. di Ada Vigliani
2002, Adelphi, pagg. 315, 87 ill. in b/n, 16 euro


Nota bibliografica
Winfrid Georg Sebald e` nato nel 1944 a Wertach im Allgau, nel sud della Germania ed e` morto in Inghilterra nel dicembre 2001, in un incidente stradale.
Nel 1970, dopo essersi laureato il Letteratura tedesca alla Università di Friburgo, si trasferisce in Inghilterra dove intraprende la carriera accademica, prima come lettore di tedesco alla Università di Manchester e poi come docente di Letteratura tedesca contemporanea presso la University of East Anglia, a Norwich.
I suoi lavori letterari hanno riscontrato numerosi riconoscimenti di pubblico e di critica nei paesi anglosassoni, assai piu` che in quelli di lingua tedesca.

1990 Vertigini (non tradotto)
1993 Gli emigrati (Bompiani, 1996, 2000)
1995 Gli anelli di Saturno (Bompiani, 1998)
2001 Austerlitz (Adelphi, 2002)



Roma, 9 ottobre 2002


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