“Era un giorno di marzo, come risultava dal cosiddetto calendario gregoriano, ma era anche molto di più. Era un bel giorno, proprio come piacciono a me. Nella solita vitaccia da cani un giorno del genere è abbastanza raro perché valga la pena farci caso”.
Così inizia Assassinio di marzo (la prima edizione è del 1984, tradotto da Iperborea nel 2016), di Dan Turèll (1946-1993) e in questo incipit ci sono già, in parte, le atmosfere di fondo che, insieme alla vicenda criminosa, attraversano il romanzo: vale a dire il ripetersi quotidiano dell’esistenza nel corso di una vita che forse non varrebbe la pena di essere vissuta se non fosse perché ci sono giornate, come quella in cui inizia il libro, che sono capaci di riscattare il grigiore della normalità quotidiana. Così come ci sono persone (come Gitte, la compagna del protagonista, che sta per dare alla luce un figlio) che hanno la capacità di staccarsi dalla mediocrità dell'umanità che attraversa lo squallore della quotidianità, offrendo così un valore e un traguardo per cui, nel bene o nel male, tutti i giorni meritano di essere vissuti.
Ma questi ultimi sono solo momenti, istanti, per quanto intensi, sempre e solo sfuggenti e passeggeri sullo sfondo di una città, Copenaghen, nella quale si riconoscono le atmosfere tipiche del noir con le sue ambientazioni crude e realistiche (“Un drogato era disteso pancia all’aria sul marciapiede davanti al sagrato della chiesa che si trova all’inizio di Istegade, tra due luridi bar. Forse aspettava qualcuno. Forse aveva perso i sensi. Forse era morto. Nessuno sembrava curarsene... Due groenlandesi se le davano di santa ragione, rotolando a terra davanti al parchetto giochi, mentre mamme e bambini li osservavano da lontano. Un paio di turchi assistevano allo scontro, su cui avevano puntato cinque corone”).

Il protagonista è un giornalista free-lance senza nome che collabora con il Bladet, quotidiano di punta della capitale danese, che ha appena lanciato una campagna intitolata “Ditelo al Bladet!”, con lo scopo di coinvolgere quanto più possibile i suoi lettori: “Avete una critica da fare, un’esperienza da raccontare, una gioia da condividere? Ditelo al Bladet!”. Fra le tante lettere che arrivano in redazione, una, anonima, consiste in una brevissima frase: “Dov’è Eric Liljencrone?”.

Inizia così l’indagine di cui il protagonista è parte attiva al fianco della polizia, rappresentata principalmente dalla figura di un amico, il commissario Ehlers, immerso in quella “quotidianità di sempre” (“Ehlers nel suo ufficio di Halmtorvet, con vista sul Mattatoio”) che, ormai lo abbiamo imparato dalla imponente letteratura di questi anni, non è così diversa dalla nostra nemmeno nei paesi scandinavi (“Droga, contrabbando, sfruttamento della prostituzione, furti... Non ci facciamo mancare nulla. Per ogni caso che viene gonfiato e discusso in pubblico ne abbiamo venticinque che si chiudono felici e contenti nel silenzio”).
Nell’arco di poche intense pagine la trama si arricchisce di tre delitti, legati da due fili conduttori: quello del mondo dell'arte (le vittime sono, rispettivamente, un mercante di opere d’arte, un critico e un artista) e quello dell'universo omosessuale (tutti e tre gli assassinati erano gay), con, sullo sfondo, il furto di due preziosi dipinti.
Il realismo, che caratterizza l’hard boiled, si ritrova in Assassinio di marzo nel fatto che, come direbbe Carlo Oliva, “l’impianto delittuoso non è dato per compiuto, come succedeva nel mistery tradizionale, prima ancora che l’azione abbia inizio, ma si svolge, pur con le opportune mascherature, sotto gli occhi del lettore e del protagonista” (“C. Oliva, Storia sociale del giallo, Todaro Editore, 2003, pag. 74).
E così accade anche nel romanzo, dal momento che il protagonista assiste alle indagini della polizia ma, nello stesso tempo, agisce anche in maniera autonoma, battendo le piste che ritiene più promettenti e così arrivando a rischiare non solo l’arresto per avere celato informazioni importanti al commissario Ehlers ma anche la propria vita. E finendo naturalmente per scoprire, a dire il vero quasi casualmente, a chi appartiene la mano omicida.
Tra i vari personaggi, oltre a quello del giornalista e del commissario, spicca poi la figura di Irene Liljencrone, sorella del mercante ucciso, donna dura, cinica e determinata (“Ha i nervi di un crotalo”, commenta il protagonista non appena conosciutala, mentre così Irene reagisce alla scoperta del cadavere del fratello assassinato: “Devo andare - disse lei in tono indaffarato e pratico, come se fosse abituata a avere continuamente tra i piedi fratelli pugnalati con i coltelli del pane...”. E ancora, in occasione di un successivo incontro: “Ringraziò in tono cortesemente misurato, mentre prendeva un paio di guanti dal tavolino con l’aria di chi sta facendo tardi a un incontro decisivo del consiglio di sicurezza dell’ONU per la pace nel mondo”). E vi è naturalmente, e come già anticipato, il personaggio di Gitte, compagna del giornalista la quale, pur tra i problemi quotidiani della vita di una coppia dalle rispettive professioni faticosamente conciliabili per tempi e ritmi di lavoro (lei è un avvocato), non solo rappresenta per il protagonista un porto franco cui poter sempre approdare (“Quando voleva, quella ragazza sapeva fare di me l’uomo più felice del mondo. Be’, siamo modesti e diciamo del mondo occidentale. In ogni caso riusciva a farmi dimenticare tutto il resto, e questa è forse la vera definizione della felicità”) ma che avrà, anche grazie al proprio intuito femminile, un ruolo illuminante nell’interpretazione delle vicende che porteranno infine alla soluzione del caso. E non manca nemmeno la figura dell’editore del Bladet, Otzen, gran fumatore, burbero ed esigente (“Picchiai le nocche di piatto sulla porta di Otzen. Lui pronunciò la semplice parola Avanti! nel tono del Lupo che invita Cappuccetto Rosso a entrare con già una mezza dozzina di nonne assortite nella pancia”) ma, in definitiva, assolutamente disponibile ad assecondare le indagini del suo collaboratore in cambio, ovviamente, della possibilità di pubblicare le notizie in anticipo rispetto alla concorrenza.
Quanto ai luoghi Turèll predilige far frequentare al suo giornalista-investigatore i bar di quartiere, ideali per fare proficui incontri (con Frank, ad esempio, che lo aiuta in un momento decisivo del romanzo) o per ragionare a proposito della catena di omicidi in cui si è trovato coinvolto e, più in generale, per riflettere sul senso delle giornate che passano, sorseggiando naturalmente un buon drink (o anche più di uno, naturalmente...). Tanto che è sempre il protagonista che invita a diffidare di certe zone della città: “Ecco il difetto di queste strade eleganti. In genere sono povere di bar. Sono povere di bar in modo così lampante che, in quanto cittadini e contribuenti, non si può fare a meno di chiedersi cosa diavolo ci stiano a fare i cosiddetti urbanisti”. Tornando poi ai luoghi principali del romanzo non possiamo ovviamente non ricordare il Café Christopher, punto di incontro tra omosessuali, e crocevia della vicenda, che il giornalista visita per la prima volta nel corso della sua indagine e che constata, non senza un certo rammarico, di non aver mai sentito nominare prima di quei giorni (“Esisteva dunque, in piena Copenaghen, un bar che non conoscevo. E se ce n’era uno, potevano anche essercene addirittura due”).
Lettura, in definitiva, gradevole anche perché, come forse si può intuire da alcune citazioni letterali che abbiamo voluto inserire nella recensione, allietata da numerosi spunti tra il cinico, l'umoristico e il sarcastico che, opportunamente dosati, non stonano con il contesto drammatico del racconto.
Certo i puristi di certi canoni del giallo potrebbero un po' storcere il naso di fronte alla faticosa credibilità di certe situazioni: il giornalista conduce le indagini fianco fianco alla polizia, regolarmente invitato sui luoghi del delitto; il rapporto buoni/cattivi non è per nulla sfumato, anzi, tra i buoni (giornalista e poliziotti, principalmente) la solidarietà e l'amicizia è quasi da arcadia; di un cadavere si tarda ad arrivare all'identificazione anche se basterebbe una fotografia (non aggiungiamo altro per non svelare una parte della trama); il commissario in persona, appena giunto sul luogo del delitto, fa una chiamata dal telefono fisso della vittima, con il rischio di alterare gravemente le prove.
Ma si tratta, in fondo, di peccati veniali, poco più che artifici letterari per non appesantire eccessivamente lo svolgimento della narrazione e non reiterare oltre misura l'approdo al nocciolo della questione.
In definitiva, comunque, un racconto pregevolmente redatto in cui, sullo sfondo di una trama avvincente, si intuisce l’amara filosofia dell’Autore e la sua sensazione che l’essere umano si trovi iscritto in un circolo ripetitivo e drammatico nella sua monotonia che neppure eventi straordinari, quali la serie di omicidi descritti nel romanzo, possono intaccare o indurre a ripensare, perché la quotidianità finisce per inghiottire inesorabilmente tutto (“Non è così la vita? La gente si alza, la gente si fa il caffè, va a lavorare, torna a casa. Mentre esegue una lunga serie di azioni quotidiane, cosiddette “necessarie”, cosiddette “logiche” e “razionali”, sa a malapena quel che fa: lo fa e basta, come versa il canone d’affitto ogni primo del mese. Come zombie. Come morti che - indossando un corpo umano che respira - ripetono gli stessi rigidi rituali che hanno perso da un pezzo ogni significato”).
Ma il messaggio finale è che, pur essendo tutto affidato al caso, pur essendo “la vita quotidiana, come ci piace chiamarla” solo "folle" e "schizofrenica", esistono certi giorni di marzo a far pensare che, nonostante tutto, la vita valga la pena di essere vissuta, ed esiste l’amore per Gitte e per il bambino che sta per nascere che “forse promette qualcosa di meglio del solito caos”.


Dan Turèll, Assassinio di marzo (Mord I Marts) (ed. or. 1984) pp. 272, 17,00 euro, Iperborea.

Marzo 2016


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