“Il mistero dell’acqua” di Kathryn Bigelow

Quando ti rendi conto che una regista come Kathryn Bigelow e` rimasta inattiva per oltre un lustro, c’e` veramente da arrabbiarsi: soprattutto quando il suo primo film dal 1995 e` bello come questo The Weight of Water -che esce da noi accompagnato da un titolo italiano brutto e un manifesto bruttissimo. Ci si scopre a pensare con rancore alla 20th Century Fox (che sostanzialmente ritiro` dalla circolazione un film discutibile ma interessante come Strange Days contribuendo non poco al suo tonfo commerciale) e persino a Luc Besson per il tempo che la Bigelow ha perso a preparare quel Giovanna D’Arco che poi Besson ha dovuto dirigersi da solo per poterci mettere la sua Milla.

Ma l’importante e` che la Bigelow sia tornata, e con un film in cui finalmente l’azione adrenalinica non distrae dalle psicologie e dall’atmosfera. Tratto da un romanzo basato su un fatto di sangue realmente accaduto attorno al 1870, Il mistero dell’acqua intreccia il “giallo antico” di due donne assassinate a colpi d’accetta con un noir contemporaneo di cui sono protagoniste due coppie di intellettuali che si concedono una vacanza in barca a vela che ha per meta il luogo del delitto.

Meglio evitare dettagli sulla trama, perche` il film e` di quelli da scoprire piano piano godendosi ogni svolta. Ma si puo` dire che fra la storia di ieri e quella di oggi rintoccano echi inafferrabili e inspiegati; e che, no: anche se qualche rivelazione piu` o meno inattesa salta fuori verso la fine, non ci saranno colpi di scena artificiosi, falsi finali o concordanze a rima baciata fra le due storie. I due fili narrativi si sviluppano pero` in un’incalzante e inestricabile alternanza fra l’oggi e lo ieri -e a pochi mesi da Frequency ce ne sarebbe gia` abbastanza per individuare in questo montaggio alternato sovratemporale una tendenza stilistica e narrativa degna di maggiore attenzione critica.

Il mistero dell’acqua e` un magnifico thriller tutto di testa, in cui i giochi di sguardi sono piu` importanti (e piu` profondamente inquietanti) dell’ombra di un’ascia che si profila su un muro: si pensa, insomma, piu` a Picnic ad Hanging Rock che a uno slasher, anche se il film dovrebbe far contenti anche i fanatici dell’horror grafico. La Bigelow gestisce da maestra i codici visivi e acustici del racconto cinematografico: la splendida fotografia di Adrian Biddle cambia personalita` da una scena all’altra, il ricorso a soluzioni come il bianco e nero e il freeze frame non e` mai gratuita ne` ovvia, e al suono e` dedicata un’attenzione che da sola meriterebbe al film una seconda visione.

E una terza visita sarebbe giustificata da un cast magnifico e magnificamente utilizzato: se Ciaran Hinds sembra abbonato a ruoli da vittima delle passioni, Sean Penn si conferma uno di quegli attori capaci di essere grandi senza apparentemente muovere un muscolo; il personaggio di Elizabeth Hurley e` capace di far dimenticare per sempre il cubetto di ghiaccio di Nove settimane e mezzo, mentre Catherine McCormack si e` trasformata -dalla sfortunata ma solare ragazzona di Braveheart– in uno splendido volto tormentato; last but not least da segnalare Sarah Polley, la ragazzina del Dolce domani (ma ancor prima la detestabile bambinetta del Barone di Munchausen di Gilliam), che domina tutto il flashback del film con occhi da cui e` pressoche` impossibile staccare lo sguardo.

Con Il mistero dell’acqua la Bigelow recupera finalmente la voce personale e originalissima dimostrata a suo tempo nel magnifico e troppo presto dimenticato Il buio si avvicina: una voce che sembrava essersi un po’ omologata nella pur magistrale confezione di actioners come Point Break, Blue Steel e lo stesso Strange Days -tutti realizzati durante il matrimonio dell’autrice con James Cameron. Stabilire se esista o meno un nesso fra la fine di quell’unione e lo stile di questo nuovo film e` un’impresa che si puo` lasciare ai biografi e agli appassionati di cronaca rosa: ma allo spettatore resta la soddisfazione di poter riaggiornare la lista dei propri registi preferiti.

Cornell Woolrich, con le espadrillas a Park Avenue

La sposa era in nero e alcune note sui jeunes turcs dei Cahiers du Cinema

“Ogni opera e` poliziesca” (Eugéne Ionesco)

André Bazin era un giovane di belle speranze, un intellettuale che amava frequentare i cinematografi. Nel 1951 insieme ad altri fondo` una rivista di cinema che si chiamava Cahiers du Cinema. All’esterno la rivista di presentava con una copertina gialla al cui centro stava ogni mese un’immagine diversa: attrici del momento, facce di registi, scene in bianco e nero dei film che valeva la pena vedere eccetera. All’interno Bazin e gli altri cercavano di tracciare le direttrici di quello che sarebbe dovuto essere un nuovo cinema, o per dirla alla francese, una nouvelle vague cinematografica. Un giorno a Bazin – come detto fondatore della rivista e sempre a caccia di santa trasparenza tra finzione e realta` (la profondita` di campo, il piano sequenza) si presenta un giovane che si chiama Francois Truffaut. Il giovane ha avuto una gioventu` tormentata, e` stato in riformatorio, e` stato disertore dallo stesso esercito nel quale s’era arruolato volontario per dimenticare una donna. Il disertore avventuroso piace a Bazin, che lo arruola nel gruppo dei jeunes turcs che fanno capo ai Cahiers du Cinema, un gruppo di giovani critici-cineasti che hanno idee tutte loro sulla necessita` di dare una svecchiata al cinema francese dell’epoca. E non si tratta di turchi da poco: Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Jacques Rivette, Eric Rohmer… insomma personaggi che hanno lasciato il segno nella storia della cinematografia mondiale. Una volta in servizio effettivo come giovane turco, Truffaut scrive varie cose per la rivista, tra cui una specie di manifesto programmatico intitolato Une certaine tendance du cinéma français, nel quale mette nero su bianco le linee portanti del concetto di critica professato nei Cahiers du Cinema. Ma Truffaut vuole fare anche il regista, mica solo scrivere manifesti programmatici. Lui ha le sue idee. Da una parte gli piacciono i film di quei registi che si scrivono soggetto e sceneggiatura da se` (alla Renoir, Bresson), dall’altra apprezza il cinema noir americano, spesso quello di certe produzioni cosidette di serie B. Gli piacciono Samuel Fuller (che garba anche a Ghezzi e Giusti), Robert Aldrich, Don Siegel. Infine, e` un grande estimatore dell’opera di Alfred Hitchcock. Sull’onda di questi interessi giallo-noir, nel 1968 gira un film che s’intitola La mariee etait en noir, La sposa era in nero.

L’ho visto tanti anni fa questo film, quando ancora la RAI confezionava le serie “dedicate a…”, e mi piacque soprattutto perche` la protagonista era Jeanne Moreau, ma niente di piu`. Qualche tempo dopo a casa di mio nonno (tra i suoi quattro, calibrati libri 🙂 trovai un giallo con lo stesso titolo, scritto da un certo William Irish. Lessi il romanzo e lo trovai bellissimo. The Bride Wore Black, questo era il titolo originale del romanzo, che marciava spedito come un treno, uno di quei libri che non smetti di leggere fino a quando non li hai finiti, che li leggi in fila alla ricevitoria del lotto o nella tinozza da bagno. Non sono un giallofilo, ma come spesso accade, e` proprio nel romanzo di genere che si trovano le storie meglio costruite, da pensare che andrebbero messe sulla lavagna ai corsi di scrittura creativa, giusto per far vedere agli allievi come si assemblano, le storie.

Spesi quel quarto d’ora in ricerche e scoprii che il nome William Irish era uno pseudonimo dietro il quale si celava uno scrittore di nome Cornell Woolrich. Lessi che Woolrich aveva scritto molti romanzi e che usava pseudonimi perche`, essendo molto prolifico, poteva pubblicare con diversi editori contemporaneamente, scavalcando i contratti d’esclusiva. Lessi anche che dalle opere di Woolrich erano stati tratti diversi film (lui, oltretutto, scriveva anche degli script originali per i produttori di Hollywood), il piu` famoso dei quali e` Finestra sul cortile, quel film di Hitchcock nel quale la gamba ingessata di James Stewart vede svolgersi un omicidio nell’appartamento di fronte.

Woolrich, piu` che un orditore di meccanismi dalla logica sottile, era un maestro della suspense, uno di quelli che ti tengono con il fiato sospeso pagina dopo pagina. Ricordo di aver visto anni fa una sua foto, che lo ritraeva dentro una strada di New York. Woolrich era magrissimo nella foto, con una sigaretta bianca bianca all’angolo della bocca, gli occhi come due fessure, addosso una giacca scura e una camicia bianca. Un uomo di una certa eleganza, di quelli a cui una giacca sembra pennellata addosso anche se e` di 20 anni prima, anzi, che piu` e` usata e meglio gli sta. Lui poi passeggiava per Manhattan con le sue espadrillas e teneva la fiaschetta del bourbon sempre a portata di mano. Amava anche suonare il pianoforte. Passo` infanzia e adolescenza in Messico. Comincio` a scrivere per vincere la noia durante una lunga malattia, in gioventu`. Forse e` da li` che gli rimase quell’aria si` stilosa, ma anche un po’ malaticcia. Poi sigarette e bevute… una vita da misantropo, e tanti romanzi scritti.

La sposa del romanzo doveva essere in bianco, all’inizio, come tutte le spose. Ma noi non lo sappiamo, la vediamo soltanto salutare un’amica e partire da un citta` imprecisata col proposito di non tornare mai piu`. Di quella donna perdiamo le tracce. Nel prosieguo del romanzo vediamo invece un’altra donna, bellissima, di volta in volta bionda e misteriosa, fulva e fatale, castana e acqua/sapone, bruna e giovane. Queste donne, che poi sono sempre la stessa donna, e che sono anche la donna che partiva dalla citta` imprecisata, compaiono via via nella vita di vari uomini. La bionda nel pieno della festa di fidanzamento del giovane agente di borsa Bliss. La fulva dentro la schifosa camera d’affitto del fallito Mitchell. La castana in quella del padre di famiglia Moran alle prese col figlioletto Cookie. Infine la bruna in quella del pittore Ferguson, come sua modella. Tutti questi personaggi muoiono per mano di queste donne (che poi sono sempre la stessa donna, come detto). Bliss vola dall’ultimo piano; Mitchell beve un bicchiere di arak e rimane fulminato dal veleno; Moran finisce sigillato in un sottoscala nel quale era entrato per gioco; Ferguson viene trafitto da una freccia scoccata dalla sua modella -Diana cacciatrice-. Quattro vittime… ma a dire il vero le vittime dovrebbero essere cinque, ci sarebbe anche lo scrittore misantropo Holmes, a cui un’agenzia spedisce una dattilografa, la signorina Kitchener, un po’ grifagna, coi capelli grigiastri e gli occhiali (quinta trasformazione). Ma qua succede qualcosa, l’ispettore Wanger, colui che segue le indagini, ha messo insieme tutte le tessere del mosaico, la serie si interrompe. Veniamo cosi` a scoprire una storia sotterranea, una storia che scorre sotto quella principale, e attraverso la quale capiamo perche` questa donna multiforme uccide impietosamente tutti questi uomini. C’e` un disegno sotto questi eventi, il disegno ha un senso, il disegno si altera.
Il romanzo finisce, senza un filo di grasso.
Il libro di mio nonno ce l’ho ancora, lui non c’e piu`, ma io ho il libro.

“Detective Conan”

Detective Conan e` un manga, ovvero un fumetto giapponese, nato dalla mente dell’autore nipponico Gosho Aoyama. E` pubblicato mensilmente dalla casa editrice Comic Art in volumetti b/n di 124 pagine (ormai e` giunto al 14° numero) ed e` distribuito nel circuito delle fumetterie o librerie specializzate in fumetti.

Un pò di trama:
Shinichi Kudoh, un ragazzo sedicenne figlio di un celebre scrittore di romanzi polizieschi, e` un ottimo detective con l’ambizione di diventare “lo Sherlock Holmes del terzo millennio”: collabora con la polizia, che chiede spesso il suo aiuto per risolvere intricatissimi casi, e la sua abilita` lo ha portato rapidamente ad essere considerato praticamente infallibile.
Un giorno pero` commette l’errore di lasciarsi sorprendere da due criminali, che nel tentativo di assassinarlo gli somministrano un siero sperimentale sconosciuto. Questo siero pero` non uccide Shinichi, ma lo trasforma fisicamente in un bambino di sei anni.
Il giovane detective decide, per evitare pericoli ai suoi conoscenti, di farsi credere morto e di non rivelare a nessuno di essersi trasformato in un bambino: viene quindi “adottato” da una sua amica e dal padre di lei, un pessimo investigatore privato di nome Kogoroh Mohri, assumendo il nome fittizio di Conan Edogawa. Da qui in poi sara` tutto un susseguirsi di indagini mozzafiato, nelle quali il ridicolo detective Mohri risolvera` gli enigmi più difficili inconsciamente “guidato” dal piccolo Conan.

Detective Conan e` a mio giudizio davvero un ottimo fumetto, graficamente accattivante e che miscela con perizia parti umoristiche ad altre più “tese” e drammatiche. Come riferimenti ci troviamo dalle parti del giallo classico, e di quello di Conan Doyle in particolare: Conan si trova infatti coinvolto in enigmi complicatissimi, che riesce a risolvere grazie alla sua capacita` di osservazione e deduzione.
In sostanza mi sento di consigliarlo a tutti gli amanti del genere in questione, e non soltanto ai “fumettari” incalliti, magari per “evadere” un po’ dal solito giallo “su libro”… :)))

“Dashiell Hammett”

1894-1961-2001, Hammett: donne, politica e morte
Women, Politics and Murder
Note personal-politiche su Dashiell Hammett
febbraio 2001

8.
Nel gennaio 1961 Hammett muore. Da quasi tre anni Lillian ospita a Manhattan l’amico intimo ed adorato; è sempre più malato e solo, non può vivere senza assistenza. Ha trascorso in prigione (prima a New York, poi in Kentucky) la seconda metà del 51 (dal 9 luglio al 9 dicembre), per aver disprezzato la corte con il rifiuto di fare nomi (name names) alla commissione per le attività antiamericane, appellandosi al V emendamento. Secco secco, in manette e doppio petto, occhialetti e baffi trasandati, la carcerazione fu un evento e per giorni Hammett venne criticato o insultato sulla stampa. Il giudice nega anche la possibilità di valersi di una onerosissima cauzione (che pure gli amici avevano messo insieme). Gli bloccano tutte le entrate e vivrà di affettuosi prestiti. In prigione frequenta infermeria e biblioteca, può scrivere solo a figlie ed avvocato. E pensa ad un romanzo intititolato all’amico (Tulip) del protagonista, l’autobiografico Pop. Hammett ha cercato allora di ricominciare a scrivere; per tutto il 52 ci ha lavorato. Continua la caccia alle streghe; quando deve essere chiamata a deporre, Lillian è più furba, escogitando un utile stratagemma, rispondere su di sé non su altri. Hammett fa testamento (Jo metà, Jose e Mary un quarto); esce poco, ma va alla manifestazione di protesta contro la condanna a morte dei Rosenbergs. Si trasferisce a Katonah, nel cottage di amici. Subisce anche un secondo processo nel marzo 53, interrogato personalmente dal senatore McCarthy e punito con il ritiro dei suoi sovversivissimi libri dalle biblioteche pubbliche americane (dove torneranno solo con Eisenhower). Il 23 febbraio 1955 viene di nuovo interrogato. E’ proprio in quest’occasione che sostiene di non considerare sporca la parola “comunismo”. Mantiene le sue convinzioni politiche. Nell’agosto 55 ha un attacco di cuore; fin che può, svolge i corsi alla Jefferson School. Scrive sempre ai suoi “familiari”, Jo e i quattro nipotini, Mary finalmente sposata, Jose di nuovo infermiera nell’appartamento regalatole. Da qualche anno fa vita sempre più ritirata. Non che conosca segreti o abbia mai cospirato. Odia l’ipocrisia. Non è adatto per periodi di inquisizione, quando la furfanteria o la vigliaccheria sembrano a molti l’unico atto realistico. Il fisico è provato. Vince la causa sull’uso dei suoi personaggi, ma non può incassare diritti. E’ un decennio in calando: si trova spessissimo incollato per ore davanti alla televisione, raramente gusta antiche passioni per caccia e pesca; però continua a leggere furiosamente per imparare ancora (e non per intrattenimento), prova a dipingere. E’ un decennio povero; passa guai anche fiscali, molti redditi gli vengono confiscati, nel maggio 58 deve o riesce a “staccarsi” da Katonah e torna a New York, a casa di Hellman (e dal febbraio 60 non esce nemmeno più). Lentamente, progressivamente, inesorabilmente la malattia ha il sopravvento.

9.
Il 10 gennaio 1961 Hammett muore di cancro ai polmoni al Lenox Hospital di New York; il 13 viene sepolto, come desiderato, al Cimitero Nazionale di Arlington (nel maggio 59 gli era stata assegnata una modesta pensione da veterano). Senza dirglielo, il cancro è stato diagnosticato due mesi prima. La sera di capodanno, poco dopo mezzanotte, si aggrava; Hammett è ormai “dissociato”, entra presto in coma. Il mese di gennaio non ha valore periodizzante per nessun decennio della sua vita; fra l’altro nessuno sapeva quando sarebbe morto. Da quarantanni però ci manca, non so se per quanto o in quanto sia stato comunista. Come, perché, quanto a lungo è un fatto abbastanza noto, raccontato, spiegato. Nella misura in cui la parola “comunista” significa qualcosa di simile per ogni individuo vissuto nel trascorso ventesimo secolo, Hammett accettò di associarvi le proprie opinioni politiche e le proprie scelte pubbliche. Aveva scelto e continuato a scegliere di esservi leale, leale anche verso il suo paese, per il quale si arruolò due volte volontario, leale in modo disarmato e disarmante. Il giudizio sulla qualità della produzione letteraria non dipende da ciò: Hammett è uno dei più grandi scrittori americani del secolo e uno dei pochissimi grandissimi giallisti mai esistiti. La descrizione della brutale corruzione sociale è descrizione (autobiografica) del reale, non “traduzione” di convinzioni politiche.

10.
Dopo il gennaio 2001 (nuovo secolo e nuovo millennio) le convinzioni politiche di Hammett meriteranno ancora analisi specifiche ed approfondite. Gli anniversari sono sempre un’occasione, più o meno utile, più o meno utilizzata. Capita inevitabilmente che, fra i due estremi (il momento in cui si “celebra” e il momento che si “celebra”), l’accento cada (molto di) più sul presente che sul passato, su cosa serve oppure si sa, si capisce oppure vale oggi, nel presente. Come è proverbialmente noto, capita così anche che le occasioni inducano ad appropriazioni indebite. Il rischio è alto per Hammett, al quale sono connessi un immaginario mitico (Pinkerton, Bogart, McCarthy), una biografia filtrata prevalentemente da una amante/amica grande drammaturga un poco bugiarda, il meritato successo per pochi romanzi di genere. Negli anni sono arrivate alcune biografie, talora scandalistiche o agiografiche e ogni tanto assistiamo a “scoperte” editoriali che poco e male aggiungono alla bio-bibliografia. L’immagine di Hammett è superficialmente scolpita. Il rapporto con consapevoli idee comuniste e/o marxiste è certo, documentato e strutturato in modo originale. Tuttavia Hammett non sta dentro la storia del pensiero politico. Non era una potenziale spia (all’inglese) per la guerra fredda, né aveva una qualche inclinazione verso modelli sovietici. La storia del movimento comunista americano è caratterizzata un poco dalla sua militanza, segnata da inevitabili aspetti personali per un uomo famoso, appartato, malato, pensionato a venticinque anni, inevitabilmente “eccentrico”, anche avendo voluto leggere Marx ed Engels “da cima a fondo” (vorrei essere capace di tentare un parallelo con Woody Guthrie, per certi versi caratterialmente l’opposto).

11.
Nel bel mezzo del racconto delle mirabolanti avventure di Sam Spade, all’inizio del settimo dei venti capitoletti del terzo romanzo di Hammett, il più famoso citato ripreso (non il più amato dall’autore, che preferiva il successivo), l’investigatore intrattiene la colpevole assassina (non lo sa ancora, oppure non sa/non mostra di saperlo, anche se non si fida), subito prima di altri significativi incontri e un poco prima di avere bagliori giallastri agli occhi e di andarci a letto. Senza alcun preliminare, senza introduzione di sorta, racconta la storia di un uomo chiamato Flitcraft, un buon cittadino-marito-padre, uscito a pranzo un giorno del 22 a Tacoma, sfiorato da una trave che aveva rischiato di ucciderlo. Sparito, viene ritrovato da un operatore investigativo nel 27 a Spokane, chiamato Pierce, anche lì buon cittadino-marito-padre. Fino a cinque anni prima si era comportato bene, l’incidente gli aveva chiarito che l’ordine non è in armonia con la vita e si era adattato alla caduta dei travi, ma da allora non ne era caduto più nessuno, e lui si riadattò al fatto che non cadessero. Brigid O’Shaughnessy trova la storia davvero affascinante e riprendono a chiacchierare di fatti criminali. Non so se Hammett pensi la storia proprio quando scrive di Spade (aveva trentacinque anni) o sia contenuta in precedenti racconti (ne ho letti molti, ma manca ancora un’edizione critica completa, vari non sono tradotti e alcuni sono introvabili, anche negli Stati Uniti). Quando lavorava al romanzo stava compiendo più o meno la stessa scelta (trave o non trave), trasferendosi a Manhattan: amava la famiglia, sapeva di lasciarla provvista dei mezzi di sussistenza, il suo amore non era tale da rendere penosa la separazione. La parabola ha qualcosa a che fare con l’incoprensibilità etica del mondo. La storia ha soprattutto a che fare con la consapevolezza del “poco” che si può “volontariamente” cambiare, con un ironico contraddittorio senso di ineluttabilità dell’esistenza che Hammett sceglie di trasmettere con il suo stile e che la sua esistenza trasmette, aiutando a comprendere le sue scelte: nella vita individuale possiamo introdurre pochissimo libero arbitrio (rispetto alle eredità e ai contesti), ancor meno nel “nostro” collettivo (il vissuto e il pianeta), tanto vale farlo poco, raramente, con garbo e coerenza. La biografia politica suggerisce una sua ineluttabile identità comunista, molte quasi-morti e ri-nascite, cicli con permanenti ineluttabili costanti. Forse mi sbaglio.

12.
Forse la collocazione “letteraria” di Hammett può essere affrontata quasi negli stessi termini di là e di qua dell’oceano; non le sue convinzioni politiche. La storia del movimento comunista e/o marxista nel ventesimo secolo è stata molto diversa in Europa e in Italia, rispetto agli USA. Ogni comparazione (anche di vocaboli e periodi) è precaria. Già Hammett è un tipo da maneggiare con cautela; le sue idee… non ne parliamo. Comunque, dopo condanne e carceri, sessantenne, nel 1955 scrisse che comunismo non gli sembrava una parola sporca e che non era una cattiva idea lottare con i comunisti per il progresso del genere umano. Chi lo direbbe oggi? qui? Nell’ultimo decennio abbiamo assistito alla rimozione della questione del “comunismo”; la stessa parola “comunista” viene utilizzata da gran parte della destra e da parte significativa della sinistra con accezione dispregiativa (dirty); un’altra parte della sinistra preferisce il disuso. Negli ultimi anni si è avviato un “revisionismo” politico-culturale che rischia di farci capire meno (non più) del secolo appena concluso. Hammett non c’entra (c’entriamo noi). Leggerlo è comunque un piacere. E un consiglio per questo nuovo secolo.

La pelle che invecchia

la pelle che invecchia

Sia nell’uomo, sia nella donna, le principali cause di invecchiamento della pelle restano i radicali liberi. La cute invecchia pił velocemente dando vita alle tanto temute rughe che si formano con l’avanzare dell’etą e iniziano a comparire gią successivamente i 25 anni di etą e sono solchi, spaccature o ripiegature in alcune parti del corpo, nelle quali il rivestimento cutaneo č sottoposto a continue sollecitazioni da parte dei sottostanti gruppi muscolari, come ad esempio avviene sulle mani o nel viso, sotto le palpebre, ai lati della bocca e sopra le labbra, sulla fronte e vicino al naso. Attorno ai 45-50 anni, specialmente per le donne, si accentuano le imperfezioni legate al rallentamento della circolazione sanguigna e del ricambio cellulare, la pelle, cosģ, perde tonicitą, luminositą e compattezza. Si riducono i fibroblasti, le cellule che producono il collagene assottigliando cosģ la pelle. Si dimezza il numero delle cellule di Langherans e diminuisce la sintesi della vitamina D, con conseguente calo muscolare. Negli anziani, poi, č molto frequente il fenomeno della xerosi cutanea, cioč un progressivo inaridimento della pelle.

Le rughe da invecchiamento si manifestano sulla pelle con il naturale andamento dell’etą, perdendo l’elasticitą e la compattezza naturale e molto spesso compaiono perché la pelle non viene ben idratata, si stria e si secca.


Le rughe di espressione si manifestano su un’epidermide relativamente giovane e comunque non influenzata dalle rughe da invecchiamento. Sono il risultato di atteggiamenti mimici protratti come strizzare gli occhi, fare smorfie, ecc…


Le rughe “emotive” 
si formano in seguito a stati d’animo negativi o positivi che, diventando atteggiamenti abituali, si fissano in rughe ed espressioni tipiche. Un esempio di rughe “emotive” possono essere le rughe disposte orizzontalmente sull’arco frontale per indicare sorpresa o meraviglia.

I fattori che causano l’invecchiamento della pelle, e la conseguente formazione di rughe, possono essere suddivisi in cause endogene, cioč interne alla persona come ad esempio il patrimonio genetico che ognuno di noi possiede sin dalla nascita, e cause esogene, cioč esterne come puņ essere il clima.