Un'altra esclusiva di gialloWeb: Alessio Brandolini intervista Simona Vinci.
   
AB: Simona Vinci, vero? Bene, allora accomodati e non avere paura: in questo sito si ama il noir, certo, ma si odia a morte la tortura. Sei stata accusata d’aver scritto libri che hanno suscitato un largo interesse, in Italia e all’estero, per questo ti abbiamo convocata e ora verrai sottoposta a un interrogatorio di terzo grado. Breve, ma non succinto.
SV: Non ho paura di niente, io.
Spara.

AB: Cominciamo allora: ti sei concessa una pausa o sei già pronta a pubblicare qualcosa di nuovo?
SV: Quale pausa???!!!! L’anno scorso ho fatto per sei mesi una trasmissione televisiva a scadenza settimanale che si chiamava “Cenerentola”. Andavamo in onda su Rai3 più o meno all’una di notte, quindi potete immaginare che share avevamo :(( , ma non so se potete immaginare che c***o ci si deve fare in tv e quante pressioni ti gravano in testa. Per me, che sono pigra, è stato un vero tormento. Non so quanti treni ho preso in quel periodo. Poi sono stata nell’ordine: a Cuba, in Francia, in Spagna e in Inghilterra per la promozione delle edizioni straniere. Ho traslocato. E ho continuato a scrivere. Anche se il libro ancora non è pronto.

AB: Scrivere: per mestiere, per arricchirsi, per comunicare qualcosa?
SV: Perché è l’unica cosa che mi diverte davvero fare. Anche se ‘divertimento’ non è il termine più giusto. Forse è proprio il mio modo di vivere, di sentirmi vivere. Non so se mi spiego... La cosa peggiore è quando diventa un mestiere. Da un lato, c’è un’accezione che mi piace in questo termine: fa venire in mente la manualità, la fatica fisica, un apprendistato continuo che si trasforma in ‘sapere tecnico’, però scrivere, come dipingere, suonare, coltivare i fiori o cucinare, ha a che fare anche con una dimensione che per me assomiglia di più alla preghiera. Pregare può essere un mestiere? Non credo.
E poi scrivere è un modo di combattere. Le idee a volte contribuiscono a far cambiare le cose.

AB: Le tue storie sono sempre dominate da un’ossessione amorosa, che coinvolge molto i sensi, il corpo. L’amore però non sembra essere gioia, appagamento. Come mai?
SV: Perché uso la parola ‘amore’ in modo cinico. Nei racconti soprattutto, quella parola infilata nel titolo (che è un verso di una poesia giapponese) l’ho usata in senso ironico, come a dire: ma dov’è l’amore in queste storie? E’ una parola di cui tutti si riempiono la bocca e che non è per me portatrice di nessun significato profondo. E poi, quello che mi interessa sono le ossessioni, il lato oscuro (come direbbe il mio amico Lucarelli) delle cose. Quello in ombra, che nessuno vuole vedere.

AB: Dopo l’esordio avvenuto con “Dei bambini non si sa niente” (1997), il romanzo per ragazzi “Matildacity (1998), hai pubblicato il libro di racconti “In tutti i sensi come l’amore” (1999). Ti trovi bene, quindi, a narrare sia storie lunghe che brevi, ma preferisci scrivere romanzi o racconti?
SV: C’è anche un altro piccolo libro per ragazzi, “Corri Matilda”, nella collana I Corti della EL. E anche un manuale di Arti Marziali curato insieme a Chiara Belliti per la Adnkronos Libri. Per quel che riguarda la misura, dipende: scrivere racconti vuol dire condensare molto in poco spazio, riuscire a restare in equilibrio su un filo molto sottile. Devi elidere, tagliare, andare per allusioni, non puoi dire tutto, e questo ha un suo fascino. Il romanzo permette la dilatazione, ti ci puoi perdere per anni e anche questo è affascinante anche se forse più spaventoso.

AB: Che rapporto hai con la scrittura: ti ci dedichi con regolarità tutti i giorni? Portaci sul luogo del “delitto”: dove lavori? Com’è che nasce una storia? Come inizi a scriverla? Usi la penna o il computer? (Scusa se t’assillo, ma altrimenti che 3° grado sarebbe?).
SV: Vorrei essere più regolare. In certi periodi ci riesco, in altri no. Ma non sono di quegli scrittori che si costringono a lavorare, sono ribelle per carattere, se DEVO fare una cosa, è la volta buona che non la faccio. Quindi, accendo il pc (niente carta e penna) e rileggo qualche riga. Poi comincio una frase e capisco subito se è giornata oppure no. Il luogo è il mio studio. E se sono in giro, un posto luminoso con una finestra davanti. La fase preparatoria è la più dilatata: documentazione, raccolta di tutte le pubblicazioni che potranno tornarmi utili, la stesura di appunti su appunti, (questa sì fatta su carta, in genere un bel quaderno. Quello del romanzo che sto scrivendo ora l’ho comprato a Venezia, è gonfio di ritagli di giornale e santini, e quando me lo porto in giro, semino madonne da tutte le parti).
Le storie nascono nei modo più strani; per me, in genere, partono da un’immagine, vista nella realtà, oppure soltanto immaginata. Un’immagine che inizia ad ossessionarmi e della quale non posso liberarmi se non scrivendo. E di solito, comincio proprio da quella, anche se non è detto che poi sarà la prima pagina del libro.

AB: I tuoi personaggi vivono spesso un dolore profondo, un’inquietudine, un tormento esistenziale collegato sempre all’estraniazione dal mondo, dalla realtà circostante. Sto pensando al romanzo del tuo esordio, certo, ma anche e soprattutto ai racconti belli e inquietanti come “Agosto nero”, “La ragazza angelo”, “Fuga con bambina”, “In viaggio con le scarpe rosse”, “Cose”, ecc.
Perché?
SV: Perché l’inquietudine è quello che contraddistingue l’uomo dalle altre specie animali. Siamo rosi dal dubbio e dall’incertezza e questo provoca dolore. Ci facciamo troppe domande. E il mondo in cui viviamo è pieno di trappole, è un mondo sempre più difficile da capire. Io ci provo scrivendo. E soprattutto, leggendo quello che scrivono gli altri.

AB: Dopo tante sigle usate per parlare di letteratura italiana contemporanea si avverte ora un’esitazione dei critici a delineare le linee, i percorsi della nostra narrativa. Dov’è che siamo arrivati, dov’è che stiamo andando?
SV: Non saprei dirlo. Non vedo delle linee particolarmente nette. Tutto quello che posso dire è che la generazione alla quale appartengo sembra aver riscoperto il piacere di narrare, il gusto delle storie, delle trame, la voglia di guardarsi attorno e di parlare del contemporaneo, di sparare a zero su quello che ci è cresciuto attorno e che non ci piace; penso al noir e al giallo, così fecondi in questo momento. Ecco, forse i critici dovrebbero aprire gli occhi su questo e smetterla di romperci le palle con le loro distinzioni tra letteratura alta e bassa. Per fortuna, qualche critico meno stantio in circolazione c’è.

AB: Quali sono i tuoi autori preferiti?
SV: Tantissimi. In questi giorni sto leggendo un libro che trovo strepitoso e dunque credo che il suo autore diventerà uno dei miei preferiti, il libro è “La vergine dei sicari” e l’autore Fernando Vallejo, un colombiano. Poi ci sono Cormac McCarthy, R.L. Stevenson, Ian McEwan, James Ellroy, Marguerite Duras, Elsa Morante, Georges Simenon, Don DeLillo, alcuni romanzi di Stephen King e Giorgio Scerbanenco. Anche molti poeti: Emily Dickinson, Paul Celan e Derek Walcott tra gli altri. Tra gli italiani contemporanei sicuramente Niccolo Ammanniti, Carlo Lucarelli, Eraldo Baldini, Giampiero Rigosi e gli ex Luther Blisset ora Wu Ming. Leggo anche molti saggi. E odio le storie d’amore, anche se sto cercando con fatica di scriverne una.

AB: Intervieni spesso nei dibattiti che si aprono nei newsgroup, pensi che sia una cosa utile o è solo un modo come un altro per distrarsi? E più in generale: che legame hai con Internet?
Non corriamo il rischio di scivolare via via in contatti umani sempre più virtuali?
SV: A questo rischio non credo affatto. Internet è un mezzo come un altro, la gente, dopo che l’hai incontrata in rete, puoi anche scegliere di vederla di persona, è come il telefono: utile e veloce. Credo sia una paura che hanno le generazioni precedenti alla nostra. Vedono il computer come Hal 9000 di 2001 Odissea nello spazio, noi sappiamo bene che non è così. La rete è soprattutto libertà.
I newsgroup sono una distrazione che mi ha permesso e mi permette di parlare con altri che hanno le mie stesse passioni. A volte un post di qualcuno ti fa scoprire un libro (o un film, o un disco) che non conoscevi. Una persona può scriverti una frase che quel giorno ti tira su il morale oppure ti fa arrabbiare, è una boccata d’aria, come uscire e andare a prendere il caffè in un bar dove ci sono persone con le quali scambiare due chiacchiere. Un bar speciale: invece che di calcio, Grande fratello e Manuela Arcuri, si parla di libri.

AB: Nei tuoi libri spesso... si ascolta musica. Vengono citati vari gruppi e cantanti (Soundgarden, Oasis, Alanis Morissette, Bjork, Prozac+ ecc. ). Qual è il tuo rapporto con la musica?
SV: Fondamentale. Non so suonare niente di niente, sono veramente negata, però adoro la musica, tutta. Con una predilezione per il Jazz. Senza la musica la vita sarebbe molto più triste. Anche se forse senza certa roba staremmo tutti meglio. Quindi evito la radio e ascolto cd. E poi sono sempre circondata di musicisti: mio padre, jazzofilo, è un appassionato strimpellatore di svariati strumenti, autodidatta e non tanto bravo, ma sincero. E poi amici, fidanzati. Andando spesso ai concerti... ;)

AB: Che progetti hai per il futuro?
SV: Finire il romanzo a cui lavoro da quasi tre anni e che ho in testa da dieci. E poi iniziarne subito un altro. Completamente diverso.
Ah, anche andare finalmente a vivere al mare in pianta stabile e riuscire a leggere tutto Kafka.

AB: Beh, non mi resta che ringraziarti, anche a nome degli altri collaboratori e di tutti gli amici sparsi nel mondo di gialloWeb. A proposito (l’ultima domanda): che ne pensi del nostro sito?
SV: Bello. Soprattutto utile. Manca solo la musica (mi piacciono tanto i siti con le musichette...). E poi sono divertenti anche le foto dei collaboratori! Ce n’è uno proprio carino... ma non vi dirò chi è.

AB: Beh, allora ciao Simona. Sì, ora puoi anche andare, ma non allontanarti troppo e torna a trovarci presto. Magari con un nuovo libro.
SV: Speriamo... incrocio tutte le dita che ho, e anche quelle dei miei gatti.



Roma, 23 febbraio 2001


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