Tecla Dozio, Sandrone Dazieri, Andrea G. Pinketts, Piero Colaprico, Raffaele Crovi, Barbara Garlaschelli, Nicoletta Vallorani. Erano in molti, i big del giallo milanese, a presentare, lo scorso 17 settembre alla Libreria Feltrinelli di Milano, l'ultimo, fortunatissimo libro di Luca Crovi, "Tutti i colori del giallo", un corposo saggio sul giallo italiano edito da Marsilio nella collana Specchi. Oltre trecento pagine di ricerche, analisi, profili, aneddoti, curiosità, da De Marchi a Scerbanenco, a Camilleri, Pinketts, Lucarelli. Un libro che è già diventato un testo di riferimento, adottato da varie università e ricercatissimo in libreria sia dai semplici appassionati che dagli addetti lavori. Luca, già critico rock, conduttore radiofonico, grande esperto di fumetti (tanto che lavora per la Sergio Bonelli Editore), non fa niente per nascondere il suo grande amore per il giallo, soprattutto italiano.
Marco Vallarino coglie l'occasione per porgli qualche domanda.
   
MV: Come è nata la tua passione per il giallo?
LC: Sulla spiaggia d'estate a Diano Marina, dove divoravo letteralmente la collezione dei libri di mio padre che trovavo nella nostra casa al mare. Fin da piccolo ho sempre letto tantissimi fumetti: da Tex al Comandante Mark, da Flash Gordon a Mandrake. Poi sono passato a Poe, a Stevenson, a Salgari, a Verne e quindi ad Agatha Christie e a Conan Doyle. La passione per il giallo italiano è scoccata quando ho trovato un'edizione tascabile di Venere Privata di Giorgio Scerbanenco. Avevo dodici anni e non avevo mai letto un autore italiano così feroce e diretto, realistico.

MV: Quando nasce il giallo italiano?
LC: Verso la fine dell'Ottocento, sull'onda del successo dei feuilleton francesi di Eugene Sue, e schiera subito fra le sue fila autori come Emilio De Marchi, Carolina Invernizio, Luigi Natoli e Matilde Serao, narratori convinti della possibilità di dare vita a un romanzo popolare italiano che sveli i segreti e i misteri della società contemporanea. Già all'epoca le tre esse, "sesso, sangue e soldi" sono alla base di storie spesso cruente che scandagliano i costumi nazionali.

MV: Come è nata l'idea di scrivere un saggio sul giallo italiano?
LC: In origine volevo solo scrivere un saggio su Giorgio Scerbanenco poi su stimolo di Tecla Dozio (titolare della Liberia del Giallo, punto di incontro di decine di autori italiani) mi sono trovato ad allargare lo spettro della mia ricerca. Era dal 1979, quando uscì l'eccellente Storia del giallo italiano di Loris Rambelli per Garzanti, che mancava una monografia completa sull'argomento, per cui mi sono trovato davanti a un'impresa titanica. Il fatto di conoscere personalmente quasi tutti gli autori di gialli italiani che sono arrivati in libreria dagli anni Ottanta a oggi mi ha facilitato nel lavoro, perché ognuno di loro è stato coinvolto nel progetto con consigli, consulti, prestiti librari, interviste. Insomma io lo considero un libro scritto a più mani di cui io ho fatto poi l'editing finale, tirando le fila di un fenomeno letterario che dura da quasi due secoli.

MV: Che rapporto hai con tuo padre Raffaele, grande saggista, poeta, autore di numerosi saggi e romanzi gialli?
LC: Beh, direi eccellente, sono cresciuto con a fianco "il padrino del giallo italiano" quindi non potevo che essere contagiato dalle sue attitudini criminali e letterarie. Ho sempre fatto a gara con lui a chi leggeva più libri e devo dire che quando lui ha scritto Le maschere del mistero (il suo saggio sul giallo) abbiamo fatto persino a gara a chi arriva prima in libreria. Per anni sono stato il fedele lettore e rilettore dei suoi romanzi prima che uscissero e mi ha insegnato il mestiere tenendomi a battesimo come redattore nel periodo in cui dirigeva Camunia.

MV: Politica e sociale influenzano il giallo italiano contemporaneo?
LC: Il giallo italiano contemporaneo sente la necessità di raccontare in maniera diretta e sincera la situazione del nostro paese. Una narrativa che parla di crimini e criminali non può che raccontarci i tempi e le problematiche della civiltà che ci circonda. Loriano Macchiavelli è stato il primo negli anni Settanta a mettere nel centro del mirino l'inquietudine urbana di una città apparentemente gioviale come Bologna (e con lo pseudonimo di Jules Quicher ha svelato anche il terribile quadro dell'Italia delle stragi e degli attentati irrisolti), mettendo il dito nello piaga dello sfascio civile e politico di una regione come l'Emilia Romagna che ci è stata raccontata poi con l'occhio provinciale di Valerio Varesi, Massimo Coloretti, Luigi Guicciardi, Roberto Valentini e con il dettagliato microscopio urbano di Carlo Lucarelli, Giampiero Rigosi, Lorenzo Marzaduri, Maurizio Matrone. Da ricordare anche Massimo Carlotto, che ha sottolineato nei suoi romanzi il legame tra crimine organizzato e società nei territori benestanti del Nord Est, l'ingiustizia del sistema giudiziario italiano e internazionale, la tragedia dei desaparecidos, gli eventi che hanno portato alla guerriglia del G8 di Genova (come ci racconterà la nuova avventura dell'Alligatore intitolata Il maestro dei nodi).

MV: Quali sono i tuoi autori preferiti?
LC: Scerbanenco, Stevenson, Poe, Chrichton, King, Barker e mi fermo qui nella lista se no scrivo un'enciclopedia.

MV: Quali libri consigli a chi vuole avvicinarsi al giallo italiano?
LC: Meglio partire dall'ABC: Il cappello del prete di De Marchi, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda e Venere Privata di Scerbanenco.

MV: Che rapporto hai con la Liguria, da sempre terra di misteri? [1]
LC: Per me è sempre stata un piacevole luogo di vacanza e quindi terra di lettura. Tra l'altro è una terra molto legata al fumetto (basti pensare ai miei amici Berardi, Milazzo, Chendi, Ramella che vivono e producono storie proprio lì), al noir (dalla Salvatori a Daniele Genova, da Ratto a Maggi, da Rino Casazza a Michelangelo Merisi), alla musica d'autore (da De Andrè a Lauzi, da Fossati a Paoli, fino ad arrivare al gruppo rock degli Altera).

MV: Consigliaci un bel giallo di ambientazione ligure.
LC: Il nido dei gabbiani dell'investigatore privato Daniele Genova, edito da Diabasis. In una Savona degradata si muove il detective Nico Mantovani, un uomo capace di guardare ancora il mare, di salire fra le colline e gli ulivi dell'interno ligure per trovare qualche frammento della sua terra natia.

MV: Progetti per il futuro?
LC: Sto lavorando a una storia della letteratura horror italiana e nel frattempo ho appena di finito di scrivere un saggio a quattro mani con Stefano Priarone interamente dedicato a Tolkien e al suo rapporto con il cinema, il rock e i fumetti.



[1] Questa intervista e' uscita in origine sul quotidiano "Il secolo XIX" del 23 settembre 2002 (ndr).

gialloWeb desidera ringraziare Marco Vallarino e Luca Crovi, da sempre nostri amici e collaboratori.
Potete trovare l'intervista pubblicata su "Il secolo XIX" in formato pdf sulla pagina web di Marco Vallarino:
http://www.fantascienza.net/vallarino/


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