Alessio Brandolini intervista Eraldo Baldini, offrendo ai lettori di gialloWeb questa esclusiva "mondiale".
   
AB: Ciao Eraldo tutto bene? Scusa se interrompo il tuo lavoro. E’ che vorrei sottoporti a uno spietato interrogatorio a nome di tutti i lettori e gli amici di gialloWeb, che - come certo saprai - è il sito più simpatico che c’è.
Cominciamo con una domandina facile facile tanto per scaldare i muscoli: la notte dormi con la luce accesa?
EB: Santo cielo, no! Devo avere il buio completo e i tappi nelle orecchie, per dormire. Mi calo praticamente in una condizione tombale.

AB: "Gotico rurale", è il tuo ultimo libro appena uscito per Frassinelli (ormai il tuo editore abituale). Ecco, vuoi dirci qualcosa sui dodici racconti che contiene? Alcuni sono recenti altri risalgono ad anni assai lontani, vero?
EB: Sì, è un’antologia dei miei racconti che ritengo migliori, scritti nell’arco di tredici anni. Si va da "Nella nebbia", apparso per la prima volta nel 1987, a "In fila per due" scritto invece recentemente. Il filo conduttore che li lega è da una parte l’ambientazione rurale, o perlomeno di provincia, e dall’altra il genere, più o meno "noir".

AB: C’è un tuo racconto in "Gotico rurale" che sembra un omaggio a Stephen King, mi riferisco a "Urla nel grano". Cosa pensi del prolifico e famoso scrittore statunitense?
EB: Io adoro Stephen King, sono uno dei suoi fedelissimi, anche se non sempre mi soddisfa appieno. Ha fatto cose stupende e altre meno belle, però rimane un grande, un grandissimo, un romanziere come ce ne sono pochi, con una naturalezza di scrittura e una capacità di coinvolgere il lettore quasi uniche. Lunga vita al Re! (furgoni assassini permettendo…)

AB: Sai Eraldo, da quando leggo i tuoi libri apprezzo di più il fatto di vivere in una città (caotica e inquinata) come Roma. Tutte le tue storie, infatti, sono ambientate in zone non urbane (campagna, alta collina, ecc) ed è lì che accadono le vicende più tragiche, dure, impensabili. Lì la natura è imprevedibile, dispettosa, maligna. Lì solamente operano entità malefiche come la Borda, lo Spirito del Grano, il Gorgo Nero, la Vecchia del Pozzo ecc. Perché?
EB: Chi come me è nato e vissuto in campagna, sa quanto questi ambienti siano (o perlomeno siano stati) densi di un immaginario collettivo ricco di figure inquietanti, di suggestioni misteriose. Il contesto di una natura padrona degli spazi e delle vite degli uomini ha determinato tutto questo. Oggi ovviamente le cose sono cambiate, ma non nelle memorie, nel DNA culturale. E la memoria e un certo "clima", in zone dove tutti si conoscono e sanno tutto degli altri (e per questo ogni gesto che trasgredisca le regole deve diventare un buio segreto), giocano un peso importante. E poi, in ambiente rurale, ogni accadimento "diverso", criminale o misterioso che sia, diventa dirompente, va ad infrangere equilibri costruiti su tempi lunghi e mantenuti con cura.

AB: Quasi tutti i tuoi personaggi vivono sulla propria pelle l’esperienza dell’estraniazione, del rifiuto da parte degli altri. Mi viene in mente soprattutto il racconto "L’insuccesso scolastico e le sue conseguenze", storia di un bambino respinto e brutalmente violentato che sceglie la morte pur di non vivere nell’umiliazione. Ma anche "Mal’aria": la diffidenza dei locali nei confronti dell’ispettore venuto da Roma, per non parlare poi di "Re di carnevale" dove il giornalista venuto a curiosare viene scaraventato dentro il grande falò o de "La collina dei bambini" dove i giovanissimi "stranieri" vengono tutti massacrati per evitare un impossibile contagio.
Cosa dici di questo? Nella tua narrativa ci sono risvolti o interessi sociali?
EB: Il contesto di cui parlavo prima, quello della provincia e della campagna, è socialmente basato, spesso, su una sorta di tendenza all’uniformazione, sulla diffidenza verso ciò che si disequilibra troppo verso il basso o verso l’alto o comunque verso il "diverso". E poi qui esiste l’appartenenza collettiva ad una "cultura popolare" e a una "cultura sociale" elaboratasi nei secoli, che non sempre viene capita dagli estranei a quel contesto, così come gli appartenenti a quel contesto hanno difficoltà ad aprirsi completamente verso l’esterno. Se volessi ragionare da antropologo, parlerei del celebre problema della comunicazione fra "culture egemoni" e "culture subalterne". Dunque direi che, più che risvolti sociali, ci sono nella mia narrativa risvolti "culturali" nel senso antropologico del termine.

AB: Oltre che scrittore sei anche uno studioso di antropologia, hai fatto specializzazioni all’estero, hai scritto e scrivi saggi. Riesci a conciliare le due cose? E in che misura i tuoi studi alimentano le tue storie?
EB: Con meno assiduità di prima, continuo nei miei studi e nelle pubblicazioni di carattere folklorico e antropologico. E’ un interesse duraturo e profondo che non può abbandonarmi: d’altronde vi ho dedicato una buona fetta della mia vita e delle mie energie. Conciliare le due cose non è semplice, ma solo in termini di tempo. Però io sono uno che ha la capacità di buttarsi nel lavoro a capofitto, e ho pure la fortuna di essere veloce a divorare e a produrre pagine, per cui... I miei studi antropologici, poi, sono importantissimi per la mia ispirazione narrativa: le suggestioni che mi derivano dall’addentrarmi tra vecchie fiabe, leggende, tradizioni e superstizioni sono una fonte eccezionale di idee per romanzi e racconti.

AB: Ti definisci uno scrittore di noir, un giallista o cos’altro?
EB: Mi piacerebbe definirmi uno scrittore e basta. Però, se proprio dovessi avere un’etichetta, direi che quella generica di scrittore noir potrebbe andare.

AB: C’è chi dice che sono stati abbattuti (insieme a quello di Berlino) anche i muri che separavano i vari generi letterari. Ma c’è differenza tra lo scrivere una storia di mistery o a sfondo giallo o noir e un romanzo a ruota libera, che non abbia di questi problemi?
EB: Io ho scritto anche un romanzo (non ancora pubblicato) e diversi racconti che non hanno niente a che fare col noir, e la differenza è stata semplicemente che, in quei momenti, avevo in mente altri tipi di storie. Lo so che come risposta è troppo semplicistica, però credo sia la più sincera.

AB: Leggendo le tue storie a forte impatto emotivo, a partire dal romanzo "Bambine", "Mal’aria", "Faccia di sale", e alcuni stupendi racconti come ad esempio "La collina dei bambini" o "Re di carnevale", ho subito pensato che sarebbe stato bello vederne anche la "versione" cinematografica o televisiva. Hai qualche rapporto con il cinema? Pensi di trasformare le tue storie in sceneggiature o lo stai già facendo?
EB: C’è da tempo un interesse del cinema nei confronti delle mie cose, però in quel campo mi pare che le certezze siano sempre scarse e i tempi siano biblici… Comunque, i diritti di "Gotico rurale" sono stati comprati da un importante produttore, e io ho già scritto, insieme a Giampiero Rigosi e al regista Gianni Arduini, la sceneggiatura di uno dei racconti, "Re di carnevale". Poi vedremo cosa succederà: l’idea del produttore riguarda la TV.

AB: Mi è capitato, recentemente, di leggere parecchie storie gialle o a sfondo noir di autori italiani. Beh, ho costatato quasi sempre l’appartenenza all’area emiliano-romagnola…mi riferisco a Giampiero Rigosi, Carlo Lucarelli, Pino Cacucci, Loriano Macchiavelli, Danila Comastri Montanari, Marcello Fois che sì è sardo, ma ormai da anni vive e lavora a Bologna, e tanti altri. Come mai?
EB: E’ un problema essenzialmente alimentare. Studi condotti da due importanti università americane hanno scoperto che la piadina e i tortellini sviluppano negli individui una marcata predisposizione a quei generi letterari che dicevi.
Be’, a parte gli scherzi, non saprei darti una risposta. O meglio: te ne potrei dare tante, ma nessuna di quelle mi convincerebbe davvero. Per cui, preferisco lasciare la questione ad altri più acuti di me.

AB: Torniamo ai tuoi romanzi. Dopo "Mal’aria" (1998), una storia ad alta tensione con un finale così terrificante da risultare quasi indigesto, è uscito l’anno scorso "Faccia di sale". Ed ho avvertito una mutazione, non tanto nello stile, ma nella sostanza. Anche qui è presente un riferimento storico ben preciso, ma c’è come un respiro diverso e infatti il paesaggio è più aperto, più arioso…c’è la presenza del mare. Accanto a personaggi di una crudeltà impensabile ci sono, questa volta, anche quelli positivi come la vecchia fattucchiera zi’ Pachina. E soprattutto un finale non tragico: il protagonista Luigi Derigo, pur con il volto dai lineamenti devastati, ritorna alla vita, alla serenità. Tra l’altro più maturo, più sapiente di com’era prima che iniziasse il suo martirio. "Mal’aria", al contrario, era una storia chiusa, senza speranza, senza un’ombra di bene.
E’ avvenuto un cambio di rotta nella tua narrativa?
EB: No, non credo. Il fatto è che ogni storia nasce e si sviluppa con proprie caratteristiche, senza che si debba parlare, di volta in volta, di una sorta di mutamento "psicologico" nella narrativa di un autore. Anche se l’autore può risentire del momento psicologico che sta vivendo mentre scrive. "Mal’aria" ad esempio è nato in un periodo piuttosto buio per me, pieno di problemi, primo fra tutti un problema affettivo (semplifichiamo: mi aveva piantato una ragazza che amavo alla follia). "Faccia di sale" al contrario è nato in un momento in cui le cose mi giravano piuttosto bene. Ma forse è solo un caso. Adesso non me la passo affatto male, ma ho appena finito un romanzo (svelo in anteprima il titolo: "Terra di nessuno") che quando me lo rileggo mi faccio paura da solo, per quanto è terribile e "privo di speranze", quindi...

AB: Quali pensi che saranno gli sviluppi della tua scrittura? Hai particolari progetti per il futuro?
EB: In un futuro che spero si sbrighi ad arrivare vorrei arricchirmi, vincere il Nobel e mettermi con una tipa che per il momento non mi vuole proprio ma io non è che mi rassegni facilmente; e poi, tra una vacanza e l’altra, un giro in barca e l’altro, scrivere qualcosa quando mi va e pubblicarmelo da solo, perché mi piacerebbe fondare una enorme casa editrice. Ecco.
Be’, insomma, mi hai beccato in una giornata in cui mi va di scherzare. Siamo seri: per il futuro vorrei da una parte scrivere alcune storie nere che ho in mente, e poi concretizzare anche alcuni progetti narrativi che di nero non hanno niente. E poi la faccenda del cinema e della TV mi intriga parecchio, mi piacerebbe continuare a sceneggiare, perché l’ho trovato molto divertente e interessante.

AB: Ho scritto e dico spesso che gli italiani hanno il vezzo di snobbare o sottovalutare il lavoro degli scrittori di casa nostra e magari esaltano (a volte immeritatamente) quelli stranieri. Tu che ne pensi?
EB: Parole sante! Il fatto però è che tra gli stranieri, (che ovviamente, per motivi semplicemente aritmetici, sono tanti…) troviamo davvero un sacco di grandi scrittori, che anch’io leggo volentieri. Però il pubblico italiano dovrebbe sforzarsi un po’ di più di conoscere anche gli scrittori nostrani, e gli editori e la stampa e la tv e la scuola dovrebbero aiutarlo. Speriamo bene.

AB: Quali sono gli scrittori che ti piacciono di più, ai quali ti senti più vicino?
EB: Questa è una domanda difficile. Io leggo tantissimo, e di libri e di scrittori che mi piacciono ce ne sono veramente parecchi, troppi per elencarli. Potrà sembrarti una scappatoia, ma sono sincero. Comunque qualche nome voglio farlo lo stesso. Come inventori di storie, Stephen King e Carlo Lucarelli; come grandi "stilisti", Cormac McCarthy e Simona Vinci; per il ritmo e il montaggio, cito Giampiero Rigosi; per la freschezza della penna, Frank McCourt; per il climax narrativo, Francesco Guccini con Loriano Macchiavelli; e poi non posso non menzionare una giovane scrittrice bravissima ma non ancora nota come meriterebbe, Marilia Mazzeo, quella di "Acqua alta" (Theoria) e "La ballata degli invisibili" (Frassinelli). E cento altri...

AB: Ti capita di leggere libri che nulla hanno a che vedere con la tua sensibilità, i tuoi interessi ecc.?
EB: Sì, te l’ho detto. E poi la mia sensibilità e i miei interessi mi portano prima di tutto verso la letteratura, di qualunque genere sia: dunque il campo e le possibilità sono infinite.

AB: Un’ultima domanda. C’è una domanda alla quale di piacerebbe rispondere e che io no ti ho fatto?
EB: La domanda è: cosa ne pensi di gialloWeb? Risposta: è fantastico, avanti così!

AB: Beh, ti ringrazio Eraldo. Anche a nome di gialloWeb. In attesa del tuo prossimo libro non mi resta che farti i miei migliori auguri e in bocca... "alla Borda".



Eraldo Baldini è nato a Ravenna nel 1952, dove vive. I suoi interessi, oltre che letterari, sono anche archeologici e antropologici, da anni cura e pubblica (i volumi dovrebbero essere già cinque) la raccolta di tutte le fiabe della Romagna. Nel 1991 ha vinto, con il racconto "Re di Carnevale", la sezione letteraria del Mystfest di Cattolica. Suoi testi sono presenti in varie antologie.

gialloWeb desidera ringraziare Eraldo Baldini per la simpatia che ci ha dimostrato. Tra l'altro, ci ha chiesto di pubblicare il suo indirizzo e-mail, ebaldini@racine.ra.it, mettendosi a disposizione per ogni eventuale chiarimento o contatto diretto coi suoi lettori. E, a proposito di contatti, noi cogliamo l'occasione per invitarlo ad unirsi a noi sul gruppo di discussione it.discussioni.giallo, di cui gialloWeb e' il sito ufficiale.

Roma, 25 ottobre 2000


[ Home ] [ Interviste ] [ Bibliografia ] [ Top ]