Cahuenga Building. Una stanza e mezza al settimo piano, veduta sul cortile. Divano rosso sbiadito, due poltroncine semigodibili, tende a rete che reclamano una buona lavata, tavolo libreria, tipo scolaretto, con sopra le solite venerande riviste, indispensabili per conferire una specie d'aria professionale all'ambiente. Ho un appuntamento con Philip Marlowe, questo è il suo studio, anzi la "sala" d'aspetto, busso alla porta dell'ufficio.

P.M. Entrate.

Entro e mi dò una rapida occhiata in giro. Tappeto rosso ruggine, non eccessivamente nuovo, cinque classificatori d'archivio verdi, un calendario pubblicitario, tre sedie di noce quasi autentiche, la solita scrivania con i soliti portapenne, portassorbente, portacenere, telefono, e , dietro, la solita sedia girevole, sulla quale, con una pistola in mano c'è Marlowe.

P.M. Lieto di rivederla. Oh, perbacco! Si è messa il rossetto questa mattina. Le sta benissimo.
I.A. Non le sfugge nulla.
P.M. Sono un investigatore privato. Per quale ragione voleva parlarmi?
I.A. Non lo ricorda? Per l'intervista.
P.M. Nessun giornalista mi ha mai intervistato. Non gliel'ho detto al telefono? Mi era parso di sì.
I.A. Si, me lo avete detto, ma poi mi ha detto di venire oggi.
P.M. Cosa vuole che le dica?
I.A. Mi tolga una curiosità, ma lei tiene sempre la pistola in mano?
P.M. Escluso quando l'ho sotto il cuscino, o sotto il braccio, o nel cassetto della scrivania, o in qualche posto che non riesco a ricordare....
I.A. Ah, ho capito. Mi parli un po' di lei.
P.M. Sono di origine americana, nato a Santa Rosa; ho perduto entrambi i genitori, non ho fratelli né sorelle... ho fatto l'università e so ancora parlare un buon inglese all'occorrenza. Sono un lupo solitario, non ho moglie, sto arrivando alla quarantina e non sono ricco.
I.A. E cosa può dirmi del suo carattere?
P.M. Parlo troppo. Sempre, i solitari parlano troppo. Oppure non parlano affatto Sono abituato ad ascoltare. Sono un tipo ragionevolmente cordiale. Sono romantico. Posso odiare ferocemente con tutto me stesso. Ma mai troppo a lungo.
I.A. Cosa le piace?
P.M. Mi piacciono i liquori, le donne e il gioco degli scacchi.
I.A. Nient'altro? Non mi sembra un granché. Ad esempio non c'è qualche scrittore...
P.M. Non so niente in fatto di scrittori
I.A. Sicuro? Non conosce Raymond Chandler?
P.M. Ho sfogliato uno dei suoi libri, una volta, mi è parso una porcheria.
I.A. Non sono d'accordo, ma ognuno ha i suoi gusti. Cambiamo discorso. Come mai non si è mai sposato? Eppure di donne ne ha conosciute molte.
P.M. Credo di sapere la risposta. Ma a lei parrà stupida e sdolcinata. Le donne che forse sposerei volentieri be' non ho quel che ci vuole, per loro. E le altre non è necessario sposarle. E' sufficiente sedurle...sempre che non vi battano in velocità e non siano loro a sedurre voi.
I.A. Ma cosa potrebbe convincerla?
P.M. Una di quelle passioni sfrenate, misteriose, impossibili, che capitano una sola volta nella vita
I.A. E non le è mai successo?
P.M. Non è proprio così. C'è stata una donna. Era molto ricca. Credeva di volermi sposare. Ma non è accaduto. Probabilmente non la vedrò mai più. Ma ricordo ancora.
I.A. Cosa ha impedito che accadesse?
P.M. L'ora il luogo e l'essere amato non si trovano mai insieme.
I.A. E questo... chi l'ha detto?
P.M. Browning. Il poeta non l'automatica.
I.A. Ci parli di Los Angeles
P.M. Una volta mi piaceva questa città. Tanto tempo fa. Allora c'erano due file d'alberi, lungo il Wilshire Boulevard. Beverly Hills era un paesotto di campagna. Westwood era un gruppo di colline, e i suoi lotti di terreno erano in vendita per millecento dollari, e nessuno li voleva. Hollywood era un gruppo di case di legno, lungo la linea del tram interurbano. Los Angeles era un enorme agglomerato di brutte case, asciutto e pieno di sole, senza stile e senza eleganza, ma bonario e tranquillo. Aveva il magnifico clima sul quale si blatera tanto, oggigiorno. La gente dormiva fuori la notte, sotto il portico. Le conventicole che si ritenevano intellettuali la chiamavano l'Atene d'America. Non lo era, ma non era nemmeno un bordello illuminato al neon.
I.A. Cos'è per lei la legge?
P.M. La legge è una questione di dare e avere, come la maggior parte delle altre cose.
I.A. Mi sembra una definizione superficiale e cinica.
P.M. Che ne sa lei? La legge in questo paese sembra piuttosto male in arnese, è dalla parte di chi può spendere.
I.A. E la polizia?
P.M. Quello dei poliziotti è un compito meraviglioso, morale, idealistico. C'è una sola cosa che non va nella polizia: i suoi uomini.
I.A. Mi sembra un giudizio molto duro.
P.M. C'è sempre da coprire qualcosa in ogni grande città, è inevitabile. I poliziotti sono severissimi e nobilissimi, quando a cercare di nascondere è un privato cittadino, ma loro stessi lo fanno un giorno sì e uno no per i loro amici o chiunque conti un poco.
I.A. La città, la legge, la polizia è tutto negativo?
P.M. Be', credo di sì.
I.A. Perché c'è tanta violenza?
P.M. La gente più impensata commette i più impensati delitti. Vecchie dame ben educate avvelenano intere famiglie. Ragazzetti ben allevati si danno alle rapine e alle sparatorie. Si scopre che direttori di banca ritenuti onestissimi e integerrimi per vent'anni sono degli incalliti truffatori. E romanzieri fortunati, famosi, in apparenza felici, si ubriacano e spediscono le mogli all'ospedale.
I.A. Da quel che dice sembra che solo le persone normali commettano delitti.
P.M. Non è proprio così. Se gli assassini non fossero convinti di essere più astuti degli altri e di poter farla franca, si avrebbero molti meno delitti
I.A. Si ritiene un uomo duro o c'è anche della dolcezza in lei?
P.M. Se non fossi un duro, non sarei vivo. Se non riuscissi ad essere dolce, non meriterei di esserlo.
I.A. Come mai ci sono tanti investigatori in questa città?
P.M. La maggior parte di noi siamo ex poliziotti, io, per esempio. Fui licenziato.
I.A. Per qualche motivo grave?<
P.M. No, perchè rispondevo ai superiori.
I.A. Come si giudica professionalmente?
P.M. Io non sono Sherlock Holmes né Philo Vance
I.A. Crede in dio?
P.M. Se lo intende come un dio onnisciente e onnipotente che abbia progettato ogni cosa com'è, no.
I.A. E come dovrebbero essere le cose?
P.M. Non mi chieda cose che non so. Non saprei risponderle. E non mi domandi quello che so, perché in tal caso non vorrei risponderle.
I.A. C'è qualcosa che le fa paura?
P.M. Ho paura della morte, ho paura della disperazione, dell'acqua buia e delle facce degli annegati e dei teschi con le occhiaie vuote. Ho paura di morire, ho paura di finire nel nulla.
I.A. Cosa si aspetta dal futuro?
P.M. Vorrei anch'io una botte di vino di Malmesey, dentro la quale tuffarmi e annegare.
I.A. Browning, Shakespeare, però...
P.M. Posso leggere un libro, di quando in quando.
I.A. Mi piace. Chiudiamo qua. Grazie, a presto.
P.M. Abbiamo fatto una bella chiacchierata, tesoro. E' stato un vero piacere.


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