in Cinema

Sogni d’horror. L’incubo secondo Mitchell.

È giorno. Una giovane ragazza in camicia da notte fa il suo ingresso in un’inquadratura statica della strada antistante la sua abitazione. Si guarda intorno, il terrore pervade il suo corpo facendola camminare in cerchio. La ragazza entra per qualche secondo in casa scortata dal padre, ingenuo spettatore di ciò che all’apparenza sembra essere un delirio.

La giovane esce dopo pochi secondi precipitandosi alla macchina. Parte. Cala la notte, i fari della macchina risplendono nella sabbia, incorniciando la giovane, ormai in lacrime, dichiarare il proprio amore ai genitori per telefono. All’alba il suo cadavere giace immobile, come l’acqua del lago alle sue spalle.
Inizia così il film di David Robert Mitchell. Un horror ben lontano dallo splatter di Roth e dallo humor-splatter-no sense di Craven. Non segue il classico schema secondo il quale, dopo minuti di sadico terrore farcito di morti sempre più crude e dettagliate, l’eroe/sopravvisuto riesce a sconfiggere il male o per lo meno, morendo, a far comprendere cosa stia accadendo all’immedesimato e partecipe spettatore. Qui la situazione è ben diversa. La giovane protagonista, Jay, si trova a combattere un demone impossibile – nel vero senso della parola – da eliminare. Cosa accadrebbe nella vita reale se di colpo dei mostri visibili solamente alla vittima prescelta, sotto la maschera di individui conosciuti e non, incominciassero a seguirvi, con la probabile intenzione di uccidervi? Beh, in questo film i diretti interessati (parliamo al plurale dal momento che Joy viene supportata da un gruppo di amici ai quali il demone rimane invisibile, ma percepibile) provano ad uccidere ciò che non può morire attraverso un piano pessimo, come dice lo stesso regista (e sceneggiatore):

It’s the stupidest plan ever! It’s a kid-movie plan, it’s something that Scooby-Doo and the gang might think of, and that was sort of the point.

Lo stupido piano consiste nell’attirare il demone/mostro all’interno di una piscina locale al fine di folgorarlo fatalmente gettando molteplici apparecchi elettrici in acqua . Il piano è pessimo e stupido, ma proprio per questo motivo credibile. Dopo tutto, se ci fermiamo a riflettere, nella vita reale proveremmo sicuramente ad eliminare ciò che ci perseguita e terrorizza, ma mentre in un film probabilmente riusciremmo alla fine a cavarcela scoprendo istante dopo istante indizi ed elementi utili allo scopo, nella vita reale dovremmo arrenderci alla consapevolezza di dover, nell’ipotesi migliore, scappare perennemente. Questa è la forza del film: esso si avvicina, per quanto possibile, alla vita reale. Mostra ciò che accadrebbe fuori dal profilmico senza eroismi e folgoranti illuminazioni dell’ultimo momento a sfavore del nemico. Il demone inseguitore, che in questo film può essere trasmesso sessualmente (non chiedeteci perché), diventa anche un problema del partner con il quale ci si accoppia. Quindi trasmetterselo diventa un modo per condividere il problema e cercare di spalleggiarsi consci di dover passare la vita a guardarsi intorno, esattamente come la ragazza che compare nei primi minuti della pellicola.
È la scelta che fa Paul, uno dei componenti del gruppo, il quale innamorato di Jay decide di sostenerla ed aiutarla scegliendo di vedere, e di conseguenza subire il demone/mostro/inseguitore.

Ultima, ma non meno importante, è la considerazione sulla colonna sonora originale. Sarebbe superfluo dilungarsi su quanto quest’aspetto sia importante per una buona pellicola. Per alcuni film è una bella giacca, per altri un fiore all’occhiello, ma nel caso di It Follows è un abito su misura di eccellente qualità. Essa porta la firma di Rich Vreeland a.k.a.Disasterpeace, ventinovenne newyorkese con più di 40 album all’attivo che da due anni si dedica esclusivamente al film scoring.
Il lavoro svolto per questi 107 minuti è stato sublime. Vreeland è riuscito ad assolvere il suo compito con grande originalità, e con notevole perizia se si considera che quella composta per Mitchell è la prima colonna sonora della sua carriera. È incredibile come i suoi brani riescano a far calare lo spettatore nella vita di Jay. Si percepiscono l’angoscia, lo sconforto, e s’instaura un’empatia che mantiene alta l’attenzione di chi guarda. Non sarebbe dunque eccessivo ritenere questo uno dei punti di forza del film, nonché una delle colonne sonore meglio riuscite nel panorama del cinema horror.