“Maus” di Art Spiegelman

I fumetti sono roba da bambini?

Un amico pittore mi ha donato a Natale il famoso Maus di Art Spiegelman, da poco tornato in libreria con una nuova traduzione molto buona di Cristina Previtali e un nuovo editore. Libro che ora contiene tutta la storia (Racconto di un sopravvissuto) via via pubblicata tra il 1973 e il 1991.
Confesso che ho fatto fatica a iniziarlo per il semplice fatto che nella mia infanzia e adolescenza ho letto pochissimi fumetti (giusto un Tex ogni tanto, quando riuscivo a sottrarre un numero alla collezione – intoccabile – di mio fratello). Preferivo i libri senza alcuna immagine (“da grandi”) o, ancora meglio, correre per ore. Macinavo decine di chilometri fra boschi e prati per poi, di notte, sognare di staccarsi a un metro da terra, bastava un piccolo slancio e hop!, ecco un leggerissimo balzo di almeno cinque metri.

Dicevo che il romanzo a fumetti Maus ho fatto fatica a iniziarlo. Poi, pero`, che grande sorpresa!
Art Spiegelman e` bravissimo nell’affondare il coltello (la matita) nel cuore antisemita dell’Europa. Un libro che ci dice tutto sul nazismo, sulla vita nei campi di sterminio, e senza alcuna reticenza. Ecco, quindi, i kapo` ebrei, terribili bastonatori; detenuti pronti a fare la spia pur di prolungare la propria vita d’un solo giorno; gli stenti, le crudeltà, la sofferenza inaudita; la scarsità di cibo; la totale mancanza di carta per scrivere o per andare al bagno (ci si puliva con le mani). E poi: i polacchi non ebrei che occupano le case dei loro vicini (amici fino a qualche giorno prima) deportati senza alcuna ragione; le mamme che educano i figli ad aver paura dell’uomo “ebreo”…
Alla fine ci si affeziona tantissimo a Vladek Spiegelman, sopravvissuto ad Auschwitz insieme alla moglie Anja, poi morta suicida negli Usa nel 1968. Art riporta con parole e immagini in bianco e nero dal tratto quasi espressionista la storia che il padre gli racconta. Quelle tragiche e durissime vicende si fanno ancora piu` vere con gli ebrei disegnati come topi e i nazisti come gatti (il Fievel di Steven Spielberg e` posteriore all’uscita della prima parte di Maus), un antropomorfismo commovente ma significativo, da favola esopiana.
Ogni tanto si torna alla vita presente, con il figlio disegnatore che va dal padre malato a chiedergli di raccontargli il passato in Polonia, la storia dei parenti morti nei lager e quindi Art disegna se stesso, la moglie, l’ambiente in cui vive.
Beh, che aggiungere se non il fatto che piu` volte mi sono commosso, mi sono distaccato da questo capolavoro con enorme dispiacere e ho finalmente capito (dopo qualche decennio) che i fumetti non sono affatto “roba da bambini”. Il testo si chiude con le parole di Vladek: “Sono stanco di parlare, Richieu. E ho raccontato abbastanza storie, per ora”. Confondendo il figlio Art con l’altro figlio morto in Polonia decenni prima, come a voler rinsaldare un legame tra i due fratelli che non si sono mai conosciuti.

Una storia nerissima, piena di colpi di scena, d’amara ironia, tremenda perché tutto vero, purtroppo. Invito, chi non lo avesse gia` fatto, a leggere/guardare con attenzione questo libro che le scuole di tutto il mondo dovrebbero adottare. Regalarlo a chi non lo conosce, magari a chi non ha buona memoria o sottovaluta l’enorme (e irreparabile) tragedia dell’Olocausto.

Art Spiegelman, Maus
tr. di Cristina Previtali
2000, Einaudi – Stile Libero, pagg. 292, lire 24.000


Nota bibliografica
Art Spiegelman e` nato a Stoccolma nel 1948. Nel 1980 ha fondato, con la moglie François Mouly, la celebre rivista di fumetti e grafica d’avanguardia Raw, che tuttora dirige. Nel 1992 ha vinto con Maus il prestigioso Premio Pulitzer. Vive a New York.


Roma, 16 marzo 2001

“Lupo Mannaro” e “Febbre Gialla” di Carlo Lucarelli

Ho recentemente letto questi due romanzi di Lucarelli che, pur affrontando argomenti diversi, hanno tutti e due una protagonista in comune: Bologna.

Il primo, un noir, racconta di un serial killer, che da anni, senza che nessuno se ne renda conto, assassina giovani tossicodipendenti che si prostituiscono occasionalmente, “divertendosi” poi a morderle e del commissario incaricato dell’indagine.
Insomma, forse incaricato e` una parola grossa… perche` il commissario Romano e la sua assistente Grazia Negro, poi protagonista principale di Almost Blue e Un giorno dopo l’altro, non devono “combattere” solo contro l’assassino che non prova alcun senso di colpa, di cui sanno tutto ma purtroppo non hanno le prove della sua colpevolezza, ma anche contro la superficialita` e l’indifferenza dei colleghi e superiori.
Ma il Commissario Romano (che per certi aspetti mi ricorda il Commissario De Luca) deve “combattere” non solo con il killer, non solo con i superiori, ma anche contro una strana insonnia, forse psicosomatica, forse sintomo di qualche cosa di piu` grave, forse mortale. Forse ha solo bisogno di chiarirsi.
Ma quel tizio li’, il “Lupo Mannaro”, dapprima la sua “ragione di vita”, diventa a poco a poco la sua ossessione.
Preferisco fermarmi qui per non togliere il piacere della lettura. Secondo me questo romanzo e` da leggere non solo perche` e` il primo capitolo della “storia” di Grazia Negro ma, e soprattutto, perche` e` quello in cui Lucarelli per la prima volta ci fa apprezzare il suo stile nel descrivere contestualmente la preda e il suo cacciatore.

Di Febbre Gialla Lucarelli mi aveva parlato con riferimento al fatto che, in alcuni casi, i fatti di cronaca danno lo spunto per scrivere un racconto.
Ma Febbre Gialla nasce non solo con riferimento ad un fatto di cronaca realmente accaduto ma, e soprattutto, per “dire la propria” su dei temi, spesso affrontati superficialmente da tutti noi, temi come la tratta degli extracomunitari, il loro sfruttamento e soprattutto lo sfruttamento minorile.
Vittorio, giovane agente della mobile, nonostante la febbre esce di casa perche` ha un appuntamento importante, un appuntamento con il suo primo giorno di lavoro in Questura.
Ma mentre attraversa un incrocio con la sua auto viene urtato una bellissima Lambretta degli anni ’60 guidata da un bambino cinese che riduce la sua Dyane 6 ad un catorcio.
Ma da dove viene quel bambino? Ma dove e` finito quel bambino?
Inizia cosi una “caccia all’uomo”, pardon una “caccia al bambino”, attraverso cui Lucarelli ci racconta della triade cinesi e del turpe commercio di “carne” umana che vede coinvolti non solo la malavita organizzata ma anche insospettabili “imprenditori” nostrani, in quello che forse, a torto, e` stato classificato solo come un “giallo per ragazzini” ma che vuole anche affrontare un problema misconosciuto e, purtroppo, troppo diffuso.

In occasione di un recente incontro, ho chiesto a Lucarelli in cosa differiva questa edizione di Lupo Mannaro da quella pubblicata 1995 per i tipi di Theoria. Lucarelli mi ha detto che in un primo momento aveva pensato di approfondire la psicologia dei personaggi prendendo lo spunto dalla sceneggiatura del film tratto da romanzo, ma poi si e` reso conto che con un intervento del genere avrebbe significato scrivere un altro romanzo, per cui tranne che per pochi dettagli quest’ultima edizione di Lupo Mannaro e` sostanzialmente uguale a quella pubblicata nel 1995.

Carlo Lucarelli
Lupo Mannaro, Einaudi Editore, L. 15.000
Febbre Gialla, Edizioni EL, L. 10.000

Eugene Izzi

Dopo parecchio tempo, nei remainder e` rispuntato fuori I predatori (Prowlers, 1991) di Eugene Izzi, uscito nel 1994 nella collana Interno Giallo di Mondadori.
Suggerirei a chi se lo trovasse davanti di non lasciarselo sfuggire. Si tratta di un ottimo romanzo di uno degli scrittori americani di crime novels piu` sottovalutati degli ultimi anni, e soprattutto si tratta dell’unico lavoro (su 16) di Izzi pubblicato in Italia, paese dei suoi genitori.

Eugene Izzi, meglio noto ai suoi conoscenti come Guy Izzi, e` morto nel 1996, a soli 43 anni, in circostanze quantomeno incredibili, e dopo una vita abbastanza movimentata. Era nato a Chicago nel 1953, ed era quasi sempre vissuto nel quartiere di Hegewisch, area tra le piu` malfamate della citta`. Suo padre era un alcoolizzato cronico, e vantava una fedina penale di considerevole lunghezza. Mollata la scuola da giovane, Izzi si era arruolato nell’esercito, riprendendo gli studi grazie alle facilitazioni educative concesse ai militari. In seguito, lasciato l’esercito, aveva iniziato da un lato a lavorare come operaio nelle acciaierie, dall’altro ad entrare ed uscire di galera con una certa regolarita`.
La crisi del settore dell’acciaio e la conseguente minaccia di licenziamento avevano spinto Izzi a cimentarsi nella scrittura, vista anche come un mezzo per rimettere in piedi la sua esistenza. In sei anni era riuscito a scrivere sei romanzi: pubblicati, nessuno.

Nel 1987, infine, The Take fu accettato e pubblicato. Sulla scorta di questo primo successo, e dei non molti dollari che era riuscito ad ottenere come anticipo, Izzi intensifico` il suo gia` pressante ritmo lavorativo, producendo un gran numero di romanzi che furono accolti con favore, sia dalla critica che dai lettori.
Con Tribal Secrets, pero`, romanzo che avrebbe dovuto rappresentare la sua definitiva consacrazione ad autore di successo, Izzi sperimento` un brusco ed inaspettato calo nella considerazione dei critici. Il libro, che fu pesantemente stroncato, spinse la casa editrice a ritirare il sostegno promozionale dato all’autore. Izzi si imbarco` di conseguenza in una lunga querelle legale, che si concluse con un singolare accordo per il quale lo scrittore riusci` a tenersi il congruo anticipo che gli era stato versato, accettando in cambio di non pubblicare piu` libri a suo nome per tre anni.
Non erano trascorse che poche ore dalla firma di questo accordo, che Izzi aveva gia` rispolverato un suo vecchio pseudonimo, “Nick Gaitano”, col quale per i tre anni successivi pubblico` un congruo numero di romanzi, prima di tornare ad un buon successo di critica con libri come The Criminalist e A Matter of Honor.

Il 7 dicembre 1996, il corpo di Izzi venne visto penzolare, corda al collo e giubbotto antiproiettile addosso, dalla finestra del suo ufficio al 14° piano di un palazzo di Chicago. La porta dell’ufficio era chiusa dall’interno. Nelle tasche di Izzi vennero rinvenuti un bel po’ di quattrini in contanti, un tirapugni d’ottone, una lattina di Mace, il noto spray antiaggressioni, e tre floppy disk col testo di un romanzo parzialmente completato. Nell’ufficio Izzi teneva una pistola calibro .38, e la corda dalla quale penzolava era stata legata ad una gamba della scrivania. L’ufficio portava evidenti segni di colluttazione.
Il romanzo contenuto nei dischetti descriveva in dettaglio una scena assolutamente identica a quella della morte di Izzi. Raccontava di uno scrittore di gialli minacciato da un gruppo neonazista sul quale aveva raccolto materiale per un romanzo. Lo scrittore veniva assalito nel suo ufficio dai neonazisti, che gli legavano un cappio al collo e lo facevano saltare giu` dalla finestra dopo aver legato un capo della corda alla gamba della scrivania. Nel libro, pero`, lo scrittore riusciva a risalire in ufficio aggrappandosi alla corda e, grazie alla .38 che nascondeva nella stanza, conciava per le feste i suoi aggressori.

Cosa era accaduto, in realta`? Una serie di note e documenti lasciati da Izzi nel suo ufficio ricostruivano una situazione analoga a quella raccontata nel romanzo. Izzi sosteneva di essersi infiltrato nel gruppo neonazista per raccogliere materiale, ma di essere stato scoperto e minacciato di morte. Per questo motivo aveva trasferito la famiglia, moglie e due figli, in un posto sicuro, a tutti sconosciuto, e si era asserragliato in ufficio, luogo dal quale non si azzardava piu` ad uscire.
Ipotesi della polizia: omicidio, suicidio, incidente. Ciascuna di queste possibilita` aveva elementi a favore. Le indagini, alla fine, si chiusero su un verdetto di suicidio, anche grazie alla testimonianza dello psicanalista che aveva in cura Izzi e che gli aveva prescritto una robusta terapia antidepressiva.

In realta`, il mistero della morte dello scrittore non e` mai stato del tutto chiarito. Resta il fatto che la sua voce e` stata, negli anni ’80, una delle piu` significative della narrativa gialla statunitense, quasi alla pari di quella di un Elmore Leonard, autore col quale Izzi presenta molti e significativi punti di contatto e col quale avrebbe voluto competere agli occhi di critica e pubblico.
Cosi` non e` stato, e oggi il nome di Izzi e` quasi completamente dimenticato, anche negli Stati Uniti, dove solo uno dei suoi sedici romanzi e` attualmente in catalogo.
Leggete I predatori, se riuscite a trovarlo. Nell’attesa di una ristampa, magari sul Giallo (o, ancora meglio, nei Neri) Mondadori, vale la pena cercare di procurarselo.

Hiaasen e Abbey: Resistere molto. Obbedire poco.

Palmer Stoat e` un mediatore tra politici e finanziatori, organizza reciproci scambi di favori, appiana le divergenze e favorisce la circolazione di svariati milioni di banconote verdi. Oltre a tutto cio` Palmer Stoat ha l’abitudine di mangiare ogni cosa voracemente e, nel caso si trovi a bordo di un’automobile, gli avanzi del suo rumoroso pasto finiscono fuori dal finestrino. Purtroppo per Stoat, un giorno, lungo un’autostrada, dietro la sua Range Rover che semina confezioni del Burger King, bicchieri di plastica e tovaglioli accartocciati si trova a viaggiare Twilly Spree, appassionato ecologista e totalmente incapace di controllare la sua rabbia (a nulla e` servito il corso di “gestione della rabbia” che un tribunale gli ha ordinato di seguire al termine di una condanna inflittagli per aver fatto esplodere una banca).
Twilly cerca in ogni modo di far arrivare a Stoat il suo messaggio: “Non inquinare”. Dapprima ci prova riempiendo la BMW cabriolet della moglie di Stoat con l’intero carico di un camion della spazzatura. Poi Palmer trova la sua Range Rover invasa da migliaia di scarabei stercorari. Ma Stoat continua a non capire. Da queste premesse Hiaasen costruisce Cane scioltoun romanzo divertente e amaro. L’attenzione di Twilly Spree si spostera` da Stoat al suo progetto di lottizzazione di una piccola isola del Golfo.
Il governatore della Florida, un imprenditore che cerca di riciclare il denaro del narcotraffico, un deputato che vanta l’appartenenza ad ogni tipo di minoranza razziale, un ex governatore eremita, Desie, la moglie di Palmer Stoat, e Boodle-McGuinn, un labrador nero: sono questi gli altri protagonisti del romanzo di Hiaasen.
La storia procede con un ritmo serrato, alternando i punti di vista e seguendo questi personaggi, ed altri ancora, attraverso una Florida fatta di autostrade, paludi, terreni lottizzati e spiagge, ancora per poco forse, incontaminate.

L’opposizione violenta alla distruzione della natura e delle sue ormai rare oasi di pace anima il testo di Hiaasen e i suoi ecoterroristi ricordano da vicino i personaggi dello straordinario romanzo di Edward Abbey, The Monkey Wrench Gang. Pubblicato nel 1975 (e tradotto nel 2001 da MeridianoZero con il titolo I sabotatori), il libro di Abbey e` subito diventato un testo di culto per i movimenti verdi in tutto il mondo ed una fonte d’ispirazione per la nascita e le azioni di Earth First!, un gruppo ecologista radicale.
Abbey nelle sue opere non cade mai in una contemplazione romantica della natura, nell’idea della Wilderness e` presente la violenza, una legge che si puo` attenuare, ma non eliminare, se non si vuole perdere con essa anche l’intero concetto di natura selvaggia.
In una delle sue opere Abbey ha ripercorso i vari anni trascorsi come guardia forestale presso la Monumental Valley, nello Utah. All’inizio di questo splendido libro, Abbey presenta cosi` i suoi ricordi (e` il 1967): “[…] la maggior parte delle cose di cui parlo e` gia` scomparsa o sta scomparendo in fretta. Questa non e` una guida di viaggio, ma un’elegia. Una commemorazione. Avete in mano una pietra tombale. Un sasso insanguinato. Non lasciatevelo cadere su un piede, lanciatelo contro un grosso oggetto di vetro. Cosa avete da perdere?” (Deserto solitario, Franco Muzzio Editore).

L’opposizione senza compromessi di Abbey alla mercificazione e alla svendita del paesaggio naturale ha il suo piu` famoso ispiratore in Henry David Thoreau, autore di Walden, Camminare, Disobbedienza civile e altri testi. Una forte spinta individualista anima buona parte di quella cultura americana nata dall’incontro con il West, con i territori selvaggi e incontaminati del Nuovo Mondo, contrapposti alle terre dell’Europa, urbanizzate e plasmate dall’uomo in secoli di occupazione. Direttamente discendente da queste premesse e` il rifiuto del passato, visto come un peso, e la proiezione della vita verso l’attimo presente e la sua emanazione nel futuro.
Come diceva Thoreau: “Nell’eternita` c’e` qualcosa di vero e sublime. Ma tutti questi tempi, luoghi e condizioni esistono ora e qui. Dio stesso culmina nel momento presente, e non sara` mai piu` divino nel corso di tutti i secoli”. (H.D. Thoreau, Walden). La stessa eco risuona nelle parole del filosofo, e buon amico di Thoreau, Ralph Waldo Emerson, che esortava a vivere con la natura nel presente, al di sopra del tempo.

Thoreau racconta in Walden i due anni e due mesi vissuti in solitudine in una rudimentale casa sulle rive del lago Walden nel Massachussetts. Sia in Abbey sia in Thoreau si sente il gusto dell’uomo solo di fronte alla natura, del pioniere, dell’esploratore che ricerca la conoscenza, ma anche il piacere del cavarsela con i propri limitati mezzi. La natura diventa un rifugio ed insieme il luogo dove sperimentare le proprie capacita`. Come racconta Abbey in Deserto solitario la wilderness americana e` un rifugio dal governo autoritario, dall’oppressione politica.
Questa esaltazione della natura e dell’individuo ha animato la conquista del West, con i suoi stermini e la sua scia di sangue ed e`, ancora oggi, al centro delle azioni dei movimenti di estrema destra statunitensi, in lotta contro il governo federale. La cultura che nasce nei territori selvaggi si abbandona a facili derive. Ed e` proprio figlio di un clima pioneristico e fieramente indipendente il tristemente noto secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che sancisce che “il diritto di ogni cittadino a tenere e portare armi non potra` essere violato”.

Le derive del pensiero e della filosofia della Wilderness sono strette al cuore dell’America, anche in senso geografico, milioni di chilometri quadrati di contraddizioni. “Una stupida coerenza e` l’ossessione di piccole menti” diceva Emerson, ma non e` possibile confondere i pensieri e le parole di Abbey o Thoreau con le teorie dei movimenti neonazisti americani. I seguaci di Pierce (l’autore del famigerato The Turner Diaries) possono far esplodere dei ponti, proprio come accade nel romanzo I sabotatori, ma in Abbey l’ironia, l’intelligenza e lo spirito critico sono le vere armi a disposizione dei suoi personaggi, oltre che dell’autore.
Un mormone con tre mogli (e parecchi debiti). Un reduce del Vietnam specializzato in esplosivi. Un medico, con la passione per la demolizione dei cartelloni pubblicitari, e la sua infermiera. Questo e` il quartetto di personaggi, del romanzo I sabotatori, che scatena la sua guerra contro la distruzione di un parco naturale tra Utah e Arizona.

Cane sciolto e I sabotatori sono l’espressione di un’appassionata ribellione contro l’avidita`, la corruzione e la stupidita` degli uomini (molti dei quali seduti trai banchi di un Parlamento), ma in entrambi i romanzi lo sguardo degli autori fonde amarezza e divertimento, grazie al tocco lieve dell’ironia.
La natura puo` essere selvaggia, spietata, splendida, ma in fondo, per qualche oscuro motivo, siamo qui noi, uomini incoerenti e carichi di errori, siamo qui noi ad osservare il mondo: “Materialmente non aiutai mai il sole a sorgere, e` vero; ma non c’e` dubbio che essere presente quando sorgeva fosse di estrema importanza” (H.D. Thoreau, Walden).


Carl Hiaasen, Cane sciolto (1999)
2003, Rizzoli, pp. 483, euro 17,50

Edward Abbey, I sabotatori (1975)
2001, Meridianozero, pp. 383, euro 15,50


H.D. Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi (Rizzoli BUR)
R. W. Emerson, Natura e altri saggi (Rizzoli BUR)


27 gennaio 2003

Twenty Rules

Twenty Rules for Writing Detective Stories (1928)

The detective story is a kind of intellectual game. It is more–it is a sporting event. And for the writing of detective stories there are very definite laws–unwritten, perhaps, but none the less binding; and every respectable and self-respecting concocter of literary mysteries lives up to them. Herewith, then, is a sort of Credo, based partly on the practice of all the great writers of detective stories, and partly on the promptings of the honest author’s inner conscience.

To wit:
1 The reader must have equal opportunity with the detective for solving the mystery. All clues must be plainly stated and described. 2 No willful tricks or deceptions may be placed on the reader other than those played legitimately by the criminal on the detective himself. 3 There must be no love interest. The business in hand is to bring a criminal to the bar of justice, not to bring a lovelorn couple to the hymeneal altar. 4 The detective himself, or one of the official investigators, should never turn out to be the culprit. This is bald trickery, on a par with offering some one a bright penny for a five-dollar gold piece. It’s false pretenses. 5 The culprit must be determined by logical deductions–not by accident or coincidence or unmotivated confession. To solve a criminal problem in this latter fashion is like sending the reader on a deliberate wild-goose chase, and then telling him, after he has failed, that you had the object of his search up your sleeve all the time. Such an author is no better than a practical joker. 6 The detective novel must have a detective in it; and a detective is not a detective unless he detects. His function is to gather clues that will eventually lead to the person who did the dirty work in the first chapter; and if the detective does not reach his conclusions through an analysis of those clues, he has no more solved his problem than the schoolboy who gets his answer out of the back of the arithmetic. 7 There simply must be a corpse in a detective novel, and the deader the corpse the better. No lesser crime than murder will suffice. Three hundred pages is far too much pother for a crime other than murder. After all, the reader’s trouble and expenditure of energy must be rewarded. 8 The problem of the crime must he solved by strictly naturalistic means. Such methods for learning the truth as slate-writing, ouija-boards, mind-reading, spiritualistic se’ances, crystal-gazing, and the like, are taboo. A reader has a chance when matching his wits with a rationalistic detective, but if he must compete with the world of spirits and go chasing about the fourth dimension of metaphysics, he is defeated ab initio. 9 There must be but one detective–that is, but one protagonist of deduction–one deus ex machina. To bring the minds of three or four, or sometimes a gang of detectives to bear on a problem, is not only to disperse the interest and break the direct thread of logic, but to take an unfair advantage of the reader. If there is more than one detective the reader doesn’t know who his codeductor is. It’s like making the reader run a race with a relay team. 10 The culprit must turn out to be a person who has played a more or less prominent part in the story–that is, a person with whom the reader is familiar and in whom he takes an interest. 11 A servant must not be chosen by the author as the culprit. This is begging a noble question. It is a too easy solution. The culprit must be a decidedly worth-while person–one that wouldn’t ordinarily come under suspicion. 12 There must be but one culprit, no matter how many murders are committed. The culprit may, of course, have a minor helper or co-plotter; but the entire onus must rest on one pair of shoulders: the entire indignation of the reader must be permitted to concentrate on a single black nature. 13 Secret societies, camorras, mafias, et al., have no place in a detective story. A fascinating and truly beautiful murder is irremediably spoiled by any such wholesale culpability. To be sure, the murderer in a detective novel should be given a sporting chance; but it is going too far to grant him a secret society to fall back on. No high-class, self-respecting murderer would want such odds. 14 The method of murder, and the means of detecting it, must be be rational and scientific. That is to say, pseudo-science and purely imaginative and speculative devices are not to be tolerated in the roman policier. Once an author soars into the realm of fantasy, in the Jules Verne manner, he is outside the bounds of detective fiction, cavorting in the uncharted reaches of adventure. 15 The truth of the problem must at all times be apparent–provided the reader is shrewd enough to see it. By this I mean that if the reader, after learning the explanation for the crime, should reread the book, he would see that the solution had, in a sense, been staring him in the face-that all the clues really pointed to the culprit–and that, if he had been as clever as the detective, he could have solved the mystery himself without going on to the final chapter. That the clever reader does often thus solve the problem goes without saying. 16 A detective novel should contain no long descriptive passages, no literary dallying with side-issues, no subtly worked-out character analyses, no “atmospheric” preoccupations. such matters have no vital place in a record of crime and deduction. They hold up the action and introduce issues irrelevant to the main purpose, which is to state a problem, analyze it, and bring it to a successful conclusion. To be sure, there must be a sufficient descriptiveness and character delineation to give the novel verisimilitude. 17 A professional criminal must never be shouldered with the guilt of a crime in a detective story. Crimes by housebreakers and bandits are the province of the police departments–not of authors and brilliant amateur detectives. A really fascinating crime is one committed by a pillar of a church, or a spinster noted for her charities. 18 A crime in a detective story must never turn out to be an accident or a suicide. To end an odyssey of sleuthing with such an anti-climax is to hoodwink the trusting and kind-hearted reader. 19 The motives for all crimes in detective stories should be personal. International plottings and war politics belong in a different category of fiction–in secret-service tales, for instance. But a murder story must be kept gemütlich, so to speak. It must reflect the reader’s everyday experiences, and give him a certain outlet for his own repressed desires and emotions. 20 And (to give my Credo an even score of items) I herewith list a few of the devices which no self-respecting detective story writer will now avail himself of. They have been employed too often, and are familiar to all true lovers of literary crime. To use them is a confession of the author’s ineptitude and lack of originality. a) Determining the identity of the culprit by comparing the butt of a cigarette left at the scene of the crime with the brand smoked by a suspect. b) The bogus spiritualistic se’ance to frighten the culprit into giving himself away. c) Forged fingerprints. d) The dummy-figure alibi. e) The dog that does not bark and thereby reveals the fact that the intruder is familiar. f) The final pinning of the crime on a twin, or a relative who looks exactly like the suspected, but innocent, person. g) The hypodermic syringe and the knockout drops. h) The commission of the murder in a locked room after the police have actually broken in. i) The word association test for guilt. j) The cipher, or code letter, which is eventually unraveled by the sleuth.

Venti regole per scrivere romanzi polizieschi (1928)

Il romanzo poliziesco è un tipo di gioco intellettuale. Anzi, è qualcosa di più – una gara sportiva. Ed esistono leggi ben precise che governano la scrittura di romanzi polizieschi: leggi non scritte, forse, ma ugualmente vincolanti, con le quali si deve misurare ogni rispettabile inventore di misteri letterari che sia anche onesto con se stesso. Ecco di seguito, quindi, una sorta di Credo, basato in parte sull’esperienza di tutti i grandi autori di romanzi polizieschi e in parte sulle sollecitazioni della coscienza dell’autore onesto. Vale a dire:
1 Il lettore deve avere le stesse opportunità del detective di risolvere il mistero. Tutti gli indizi devono essere presentati e descritti con chiarezza. 2 Al lettore non possono essere rifilati altri trucchi o inganni oltre a quelli con i quali il criminale tenta legittimamente di buggerare il detective. 3 Non dev’essere posta eccessiva enfasi sull’elemento amoroso. Lo scopo è quello di assicurare un criminale alla giustizia, non quello di condurre una coppia innamorata all’altare. 4 Nè il detective né uno degli investigatori ufficiali possono risultare colpevoli. Questo vuol dire giocare sporco; è come offrire a qualcuno una moneta da un centesimo in cambio di cinque dollari d’oro. E’ frode bella e buona. 5 Al colpevole si deve arrivare attraverso deduzioni basate sulla logica, non per caso o coincidenza o confessione senza motivo. Risolvere un problema di detection in questo modo equivale a spedire deliberatamente il lettore su di una falsa pista e poi dirgli, dopo che è tornato con le pive nel sacco, che la cosa che lo avevate mandato a cercare ce l’avevate nascosta voi nella manica fin dall’inizio. Un autore di questa fatta è poco più di un buffone. 6 Nel romanzo poliziesco ci deve essere un investigatore; e un investigatore non può dirsi tale se non indaga. La sua funzione è quella di raccogliere gli indizi che, in fondo al libro, condurranno all’identità di colui che ha commesso il crimine di cui al primo capitolo; e se l’investigatore non arriva alle sue conclusioni grazie all’analisi di codesti indizi, non ha risolto il suo problema alla stessa stregua dello scolaro che copia il compito di aritmetica. 7 Ci dev’essere un cadavere nel romanzo poliziesco, e più è cadavere meglio è. Nessun reato minore dell’assassinio può essere considerato sufficiente. Trecento pagine sono troppe per un reato diverso dall’assassinio. Dopo tutto, la fatica e lo sforzo del lettore devono essere ricompensati. 8 Il problema presentato dal delitto dev’essere risolto con metodi rigorosamente scientifici. Metodi di scoperta della verità che si basano su lavagnette e tavolette parlanti, lettura del pensiero, sedute spiritiche, sfere di cristallo e simili, sono assolutamente vietati. Un lettore può competere con un detective raziocinante, ma se deve gareggiare col mondo degli spiriti e rincorrere la quarta dimensione della metafisica, allora è battuto in partenza. 9 Ci dev’essere un solo investigatore autorizzato a trarre le conclusioni, un solo deus ex machina. Impiegare i cervelli di tre o quattro o un’intera banda di investigatori per trovare la soluzione al problema, non solo disperde l’interesse e spezza il filo della logica, ma dà all’autore un vantaggio scorretto sul lettore. Se c’è più di un investigatore, allora il lettore non è più in grado di distinguere chi è il suo avversario. Gli tocca correre da solo contro una staffetta. 10 Il colpevole deve essere una persona che ha avuto un ruolo più o meno significativo nella vicenda; ovvero, una persona che è divenuta familiare al lettore e per la quale egli ha provato interesse. 11 Il colpevole non deve essere scelto tra il personale di servizio. E’ assolutamente una questione di principio. E’ una soluzione troppo semplicistica. Il colpevole deve essere una persona che ha giocato un ruolo significativo, una persona della quale non si dovrebbe sospettare. 12 Ci deve essere un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. E’ ovvio che il colpevole può essersi servito di complici o aiutanti, ma la colpa e l’indignazione del lettore devono cadere su una sola ed unica anima nera. 13 Società segrete, camorra, mafia e così via non hanno spazio in un romanzo poliziesco. Un assassinio affascinante e ben riuscito è guastato senza remissione da una colpevolezza all’ingrosso. E’ certo che anche all’assassino debba essere offerta una scappatoia, ma concedergli addirittura una società segreta con cui spartire le colpe è un po’ troppo. Nessun assassino di classe e consapevole dei propri mezzi accetterebbe di giocare contro queste probabilità. 14 I metodi impiegati nell’assassinio, e i sistemi usati per scoprirlo, devono essere razionali e scientifici. Vale a dire, la pseudo scienza e i congegni di pura e semplice immaginazione non possono essere tollerati in un romanzo poliziesco. Una volta che l’autore è partito verso il regno della fantasia, alla maniera di Jules Verne, si è posto definitivamente fuori dai confini della narrativa poliziesca e si è messo a fare capriole in una zona dell’avventura che non è segnata sulle carte geografiche. 15 La rivelazione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che il lettore sia abbastanza sveglio da individuarla. Con questo intendo che se il lettore, appresa la spiegazione del crimine, decide di rileggersi il libro da capo, deve accorgersi che, in un certo senso, la soluzione giusta era sempre stata lì, a portata di mano, che tutti gli indizi portavano al colpevole e che, se solo fosse stato asuto come l’investinatore, anche lui avrebbe potuto risolvere il mistero prima dell’ultimo capitolo. Va da sé che il lettore intelligente risolve spesso l’enigma in questo modo. 16 Un romanzo poliziesco non dovrebbe contenere descrizioni troppo lunghe, divaghazioni letterarie su argomenti secondari, studi di caratteri troppo insistiti, preoccupazioni di creare un’atmosfera: Questi elementi non hanno spazio in quello che sostanzialmente è il resoconto di un crimine e di una deduzione. Tali passaggi bloccano l’azione e introducono argomenti di scarso rilievo per l’obiettivo finale, che è quello di esporre un problema, analizzarlo e condurlo ad una conclusione soddisfacente. E’ chiaro, comunque, che ci debba essere sufficiente materia descrittiva e studio di carattere per dare verosimiglianza al romanzo. 17 Il colpevole di un romanzo poliziesco non deve mai essere un criminale di professione. Scassinatori e banditi appartengono alla pratica quotidiana dei dipartimenti di polizia, non degli autori e dei loro brillanti investigatori dilettanti. Un crimine davvero affascinante è quello commesso da un vero baciapile, o da una zitella dedita ad attività benefiche. 18 Un crimine, in un romanzo giallo, non può mai essere derubricato in incidente o suicidio. Far finire un’autentica odissea di detection in questo modo così banale significa voler infinocchiare a tutti i costi il fiducioso e gentile lettore. 19 I moventi dei crimini nei romanzi polizieschi devono essere esclusivamente personali. Complotti internazionali e azioni di guerra fanno parte di un’altra categoria di romanzi, quelli di spionaggio, ad esempio. Ma un romanzo giallo deve mantenere un carattere intimo, per così dire. Deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, ed offrire uno sfogo ai suoi desideri ed emozioni represse. 20 E, per dare al mio Credo un numero pari di regole, ecco una serie di stratagemmi che nessuno scrittore di gialli degno di questo nome potrà più permettersi di adoperare. Sono già stati troppo sfruttati, e sono molto familiari a tutti i cultori dei crimini di carta. Avvalersene equivale a confessare la propria incapacità e mancanza di originalità. a) Scoprire l’identità del colpevole mettendo a confronto la cicca di sigaretta trovata sulla scena del crimine con la marca fumata da un sospetto. b) La seduta spiritica fasulla che terrorizza il colpevole e lo spinge a confessare. c) Impronte digitali manipolate. d) L’alibi costruito mediante un fantoccio. e) Il cane che non abbaia e quindi rivela che l’intruso gli è familiare. f) L’attribuzione del crimine a un gemello, a un parente troppo somigliante al presunto colpevole. g) La siringa ipodermica e il sonnifero. h) L’assassinio commesso in una stanza chiusa, ma dopo che la polizia vi ha fatto irruzione. i) Il test delle associazioni di parole che indicano il colpevole. j) Il codice cifrato la cui soluzione viene alla fine trovata dall’investigatore.

“Io sono il tenebroso” di Fred Vargas

A differenza di come si potrebbe essere tentati Fred Vargas e` una donna. Il nome Fred e` il diminutivo di Frédérique e Vargas, come recita il risvolto della copertina, e` uno pseudonimo, un omaggio ad Ava Gardner nella Contessa scalza. L’autrice, archeologa e medievista e` nata nel 1957 a Parigi. Io sono il tenebroso e` il primo dei suoi romanzi polizieschi ad essere tradotto in Italia.
L’opera venne pubblicata in Francia nel 1997 e fu preceduta da ben altri cinque romanzi con medesime caratteristiche (Les jeux de l’amour et de la mort pubblicato nel 1986; L’homme aux cercles bleus, 1991; Ceux qui vont mourir te saluent, 1994; Debout les morts, V. Hamy, 1995; Un peu plus loin sur la droite, 1996). Successivamente a Io sono il tenebroso, nel 1999 l’autrice pubblicò L’homme à l’envers. Per questi suoi romanzi Vargas riscuote in Francia un gran successo ed e` annoverata tra gli autori del miglior noir francese.

La vicenda prende avvio dall’omicidio di due donne sole che vengono uccise vengono strangolate e trafitte a colpi di forbici a Parigi. La polizia e` alla ricerca di un uomo che è stato visto da molti testimoni a sorvegliare le vittime per poi intrappolarle con la scusa del dono di un vaso di felci. Il presunto assassino e` Clement, giovane sprovveduto e dotato di scarsa intelligenza che gira le strade di Parigi con una fisarmonica in spalla.
Braccato dalla polizia di Parigi, Clement cerca rifugio presso Marthe, una prostituta che molto tempo prima l’aveva seguito ed aiutato, quando, ancora bambino, era rimasto solo per la scomparsa della madre e il disinteresse del padre. Non sapendo come aiutare il suo protetto, Marthe cerca aiuto presso l’ex investigatore Louis Kehlweiler, che a sua volta si rivolge a tre studiosi di storia, Lucien Devernois, Marc Vandosleer, Mathias Delamarre. L’unica ad essere pienamente convinta dell’innocenza di Clement e` Marthe; gli altri all’inizio sono molto tiepidi ed iniziano ad indagare sugli omicidi solo per la profonda amicizia che li lega alla donna. Si convincono poco alla volta che qualcuno sta cercando di incastrare Clement e pertanto cercano nel suo passato qualche ragione che spieghi le recenti vicende.

Mi fermo qui, ovviamente per non privare i lettori del piacere di scoprire da soli lo svolgersi dei fatti. La lettura riserva sicuramente delle piacevoli sorprese. Le mie impressioni su Io sono il tenebroso sono certamente positive. Si tratta di un romanzo molto interessante, con una trama avvincente e priva di cadute ed una sapiente miscela di tensione emotiva e partecipata ironia che rendono la lettura scorrevole e divertente.

Giallo Italia

Scerbanenco ed io
interventi di M. Fois, A.G. Pinketts, C. Lucarelli(*)

Da Scerbanenco ho imparato che attraverso il proprio tempo si può descrivere qualcosa che rimane, o che aspira a rimanere. Più che un rapporto stilistico ho con lui un rapporto “etico”. Sì, Scerbanenco, insieme ad altri autori ben inteso, mi ha educato a concepire la necessità di trama senza il timore della trama. Appartengo a una generazione di autori che si sono dovuti inventare una collocazione nel panorama letterario, collocazione che non sembrava attuabile e attuale. Ma fortunatamente c’era Scerbanenco. C’era cioè un autore che usava la scrittura per raccontare in un momento storico in cui raccontare non pareva essere il compito principale della scrittura. Nessuno ha saputo descrivere come lui l’Italietta del boom economico, nessuno ha saputo mettere in luce le miserie di una guerra civile, non dichiarata, in nome del benessere e i guasti che questa guerra ha prodotto in una nazione. “Traditori di tutti” vale un volume di Storia d’Italia contemporanea. E’ un autore a cui devo molto: mi ha insegnato a non vergognarmi della mia provincialità.

Marcello Fois

Credo sia fondamentale l’impronta di G.S. nel mio romanzo “Il vizio dell’agnello”, che parte descrivendo lo squallore poetico scerbanenchiano. In realtà, tutti i miei scritti sono permeati da questa, per fortuna leggera, eredità. Leggera nel senso di non invadente, ma lieve e perciò non negativa.
Una eredità senza passi di successione, quasi il testimone da acchiappare in una corsa in un prato.
Io, tra l’altro, sono cresciuto nella Milano degli anni ’60. Il fatto di vedermela proposta, lettore dodicenne, rappresentava già una sorta di archeologia e antropologia.
Sì, è stato sicuramente un maestro; il maestro di allievi fortunatamente indisciplinati, perché nessuno degli scrittori della mia generazione ha mai cercato di imitarlo, ma la sua eredità sta proprio nell’aver irradiato il campo minato di scrittori che senza idolatrarlo lo adorano.

Andrea G. Pinketts

Uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900 come lui non può che essere importante per uno scrittore italiano del ‘900 come me, soprattutto quando ha scritto i libri che avrei voluto scrivere io. E’ dal primo libro di Scerbanenco che ho letto (“I ragazzi del Massacro”) che ho pensato che avrei voluto scrivere anch’io quelle storie e in quel modo. Storie di mistero e contemporaneamente di realtà. Raccontate con durezza ma con umanità e senza nessun pregiudizio, né ideologico né letterario o stilistico.
Da Scerbanenco ho imparato a raccontare storie di personaggi “ambigui”, ossessionati da qualcosa (senso del dovere, ansia di giustizia, ricerca di se stessi), impegnati a fare i conti con un passato imbarazzante (De Luca e Duca Lamberti, per esempio); a guardare la metà oscura delle cose con un cinismo consapevole che all’orrore non c’è limite, ma anche con il dolore umano di sentire che così non va e con la certezza etica di cambiare le cose (la “mano davanti alla locomotiva” di cui parla Scerbanenco nel suo “Io, Scerbanenco”); a raccontare le mie storie con uno stile il più possibile intenso, scorrevole e nervoso, a metà tra quotidiano e letteratura. Insomma, a “raccontare”.

Gli apocrifi di Ellery Queen

Nel 1958, con la pubblicazione di The Finishing Stroke (Colpo di grazia), la carriera letteraria dei due cugini, Frederic Dannay e Manfred B. Lee, che dal 1929 scrivevano sotto lo pseudonimo Ellery Queen, pareva essersi volontariamente conclusa. The Finishing Stroke, romanzo insolito e singolare anche all’interno di una serie che si era sempre distinta per la sua totale originalita`, era stato concepito da Dannay e Lee proprio come il segno conclusivo e irrevocabile di quella che i Queen consideravano ormai una attivita` sempre piu` difficile e meno significativa: giustificare e legittimare la sopravvivenza di quello che Francis Nevins e` solito chiamare “enigma deduttivo formale”. In sintesi, i due cugini trovavano sempre piu` faticoso inserire un personaggio come Ellery Queen, sinonimo del ragionamento e della deduzione, all’interno di scenari criminali sempre piu` dominati da moderne tecniche d’investigazione poliziesca.
Non e` da escludere che l’apparizione, nel 1956, e il rapido successo di un autore come Ed McBain, convinto assertore, almeno nei primi tempi, di una stretta aderenza a forme di rigoroso naturalismo e realismo, abbiano persuaso un attento osservatore della scena gialla come Frederic Dannay che il tipo di romanzo poliziesco propugnato da Queen per quasi un trentennio pareva aver fatto il suo tempo (e che poi non sia esattamente andata cosi`, e che lo stesso McBain si sia rivelato uno squisito cultore, e a volte praticante, del giallo classico e` tutta un’altra faccenda).

La cronologia queeniana ci dice, oggi, che a The Finishing Stroke avrebbe fatto seguito The Player on the Other Side (Bentornato, Ellery!), ma solamente nel 1963 -a cinque anni di distanza-. Il lettore dell’epoca, invece, vide gia` nel 1961 apparire sul mercato un nuovo romanzo firmato Ellery Queen, Dead Man’s Tale (L’eredita` che scotta). A questo romanzo, che segnava una completa rottura con lo stile e con le tematiche fino ad allora affrontate da Dannay e Lee, avrebbero fatto seguito, fino al 1972, altri ventisette titoli: tutti firmati Ellery Queen ma assolutamente dissimili tra loro, nella enorme disparita` di argomenti, situazioni e varieta` stilistica da sembrare – come poi si sarebbe rivelato essere – opera dei piu` diversi autori.

Il mistero, almeno in Italia, e` rimasto ufficialmente insoluto fino al 1993, quando una puntigliosa bibliografia queeniana curata da Roberto Pirani, e inclusa in appendice all’Omnibus Mondadori Ellery Queen: sfida al lettore ha iniziato a squarciare il velo che copriva le identita` dei molti illustri collaboratori ingaggiati da Dannay e Lee nella stesura di questi romanzi “minori”. Di piu`; si e` anche appreso che la ditta Ellery Queen era in realta` una impresa “aperta” anche per quanto riguarda molti romanzi inseriti a pieno titolo nel canone queeniano consolidato, e che titoli come, appunto, The Player on the Other Side o …and on the Eighth Day… (…e l’ottavo giorno…] sono il risultato di un ghostwriting piu` o meno supervisionato dai Queen cosiddetti “titolari”.
Perché Dannay e Lee avessero deciso di affittare il nome Ellery Queen ad altri autori, per romanzi spesso di tutt’altro taglio stilistico, non e` ancora perfettamente chiaro, cosi` come non sono mai stati completamente delineati gli spesso burrascosi metodi di lavoro dei due cugini. Anche Francis Nevins, che divenne abbastanza intimo di Dannay negli ultimi dodici anni della vita di quest’ultimo (1970-1982), ma incontro` Lee soltanto un paio di volte, riusci` molto di rado a scalfire l’impenetrabilita` dei due autori su questo, evidentemente spinoso, argomento (il secondo capitolo del libro di Nevins The Sound of Detection cerca di far luce sui metodi dei due Queen, giungendo alla conclusione che i due non erano assolutamente in grado di lavorare insieme con tranquillita`, e che continuassero a farlo semplicemente perché la ditta Ellery Queen si era rivelata una consistente fonte di reddito). Pare, comunque, che l’idea e la gestione dei ventotto romanzi apocrifi sia da attribuirsi in toto a Manfred B. Lee, ipotesi suffragata anche dall’interruzione della serie, avvenuta nel 1972. Lee era scomparso l’anno prima, nell’aprile 1971.
Si puo` quindi considerare, con buona ragionevolezza, che la decisione di lanciare questa serie di nuovi romanzi firmati Queen fosse, per i due cugini, un ottimo espediente per mantenere vivo nella memoria del pubblico il loro pseudonimo, tanto piu` che la pubblicazione dei nuovi titoli era prevista direttamente in edizione economica, nella popolarissima serie della Pocket Books (che tra l’altro aveva pubblicato anni prima, nella collana Permabooks, i primi titoli dell’87° Distretto). Dopo il secondo titolo della serie, Death Spins the Platter (Alta infedelta`), uscito nel 1962, la serie ha una decisa impennata quantitativa, guarda caso corrispondente alla pubblicazione del nuovo romanzo con Ellery Queen, il gia` citato The Player on the Other Side. Nel 1963, infatti, i nuovi Pocket Books di Queen sono tre; nel 1964 e nel 1965 quattro; nel 1966 ben sette. Dal 1967 la serie inizia a calare numericamente, con due libri pubblicati, cosi` come nel 1968 e nel 1969. Gli ultimi due romanzi del ciclo escono rispettivamente nel 1970 e nel 1972, il primo evidentemente a rilento a causa delle declinanti condizioni di salute di Lee, che alla fine degli anni Sessanta era stato vittima di una pesantissima serie di attacchi cardiaci.

Esclusa completamente, quindi, la partecipazione di Frederic Dannay a questa impegnativa impresa editoriale (che, bisogna ricordare, non rappresenta un caso isolato nella letteratura poliziesca: gran parte della tarda produzione di Brett Halliday, ad esempio, e` opera di altri autori, tra i quali Bill Pronzini), puo` essere interessante esaminare in breve i tratti distintivi di questa insolita serie.
Innanzitutto i veri autori; chi si nasconde sotto il nome Ellery Queen? Dei ventotto romanzi polizieschi pubblicati dalla Pocket Books (gia`, perché ne esistono anche sei a carattere storico, pubblicati sotto il nome Barnaby Ross, il vecchio pseudonimo usato da Dannay e Lee per narrare i casi di Drury Lane negli anni Trenta) tre restano tuttora senza attribuzione certa: The Last Score (Safari per una lolita), The Killer Touch (Poliziotto di ventura) e Kiss and Kill (Frontiera maledetta). Per quanto riguarda gli altri, l’autore piu` impegnato risulta essere Richard Deming, l’ex ufficiale dei marines divenuto romanziere popolarissimo negli anni Cinquanta e Sessanta. Deming ha contribuito alla serie con ben dieci titoli, quattro dei quali relativi alla sottoserie che ha come protagonista il capitano Tim Corrigan, un veterano della guerra di Corea con un solo occhio. La sottoserie Corrigan, che comprende sei romanzi, era stata iniziata da Manfred B. Lee insieme a Talmage Powell, prolifico autore di pulp recentemente scomparso (1920-2000) e colonna, per molti anni, delle antologie “curate” da Alfred Hitchcock. Powell ha scritto quattro romanzi come Ellery Queen: oltre a due della sottoserie Corrigan, anche i notevoli Murder with a Past (Movente per un omicidio) e Beware the Young Stranger (La catena al piede). Anche Fletcher Flora, scomparso nel 1968, e` il vero autore di tre titoli, tra cui il curioso The Devil’s Cook (La ricetta del diavolo), nel quale l’indizio principale e` un ragu` con troppa cipolla…


I migliori romanzi della serie sono forse opera di Jack Vance, notissimo scrittore di fantascienza, e l’unico tra tutti gli autori coinvolti ad aver deliberatamente adottato situazioni e tematiche di carattere queeniano. The Four Johns (Confessa o morirai) ha quattro sospettati con lo stesso nome; The Madman Theory (Il seme della follia) riprende il tema del serial killer alla cieca che nasconde invece un piano accuratamente predeterminato; A Room to Die (Una stanza per morirci), a mio avviso il piu` riuscito tra gli apocrifi, presenta un enigma di camera chiusa di interessante fattura.

Cinque autori diversi hanno invece scritto un romanzo ciascuno. Henry Kane, il creatore di Peter Chambers, si nasconde dietro Kill As Directed (Assassinio su ricetta), uno dei primi romanzi della serie; a Stephen Marlowe, padre di Chester Drum, e` toccato il primo romanzo, il gia` citato Dead Man’s Tale, romanzo di avventura e intrigo internazionale piu` che giallo vero e proprio. Walt Sheldon, autore praticamente sconosciuto in Italia, ma molto attivo su rivista negli USA, ha invece scritto nel 1968 Guess Who’s Coming to Kill You (Indovina chi viene ad ucciderti), una delle due incursioni della serie nel campo dello spionaggio (l’altra e` Who Spies, Who Kills? (C’e` chi spia, c’e` chi uccide), firmata nel 1966 da Talmage Powell). Infine, la seconda sottoserie dedicata alle avventure di Mike McCall, The Troubleshooter, assistente speciale del governatore Sam Holland, e` stata firmata, oltre che da Richard Deming, da due autori insoliti come Gil Brewer, autentico archetipo dello scrittore noir “maledetto”, e da Edward D. Hoch, una delle presenze piu` qualificate della Rivista di Ellery Queen e, forse, unico vero erede di Queen nella forma del racconto breve.
La serie McCall merita qualche parola in piu`, perché in essa Manfred B. Lee sembra voler esplorare territori ancora una volta diversi: McCall affronta casi dal forte substrato politico, calati in pieno clima anni Settanta, nei quali si parla di argomenti allora poco frequenti nel poliziesco, come la contestazione studentesca, le rivolte nei ghetti, l’industria del porno (soggetto, quest’ultimo, spesso affrontato da Edward D. Hoch anche in proprio: ad esempio, nel racconto Captain Leopold Saves a Life, del 1973: giusto pochi mesi dopo il suo contributo alla serie McCall, The Blue Movie Murders).

Come si sara` potuto vedere, quindi, da questa sommaria disamina, anche in un aspetto evidentemente secondario della sua attivita` la ditta Ellery Queen e` in grado di offrire, al lettore e allo studioso, motivi di interesse non secondari. Gli apocrifi di Ellery Queen, lungi dall’essere romanzi mediocri, consentono invece di poter meglio inquadrare la cosiddetta “quarta fase” del canone queeniano; quella, per intendersi, che si apre nel 1963 con The Player on the Other Side (scritto, a quanto si e` appreso negli ultimi anni, da Dannay insieme a Theodore Sturgeon) e che si conclude nel 1971 con A Fine and Private Place (La prova del nove), trionfo finale della logica deduttiva e del tema, assolutamente queeniano, della manipolazione dell’individuo da parte di un’entita` superiore (vera o presunta). E il segno della grande attualita` dei romanzi di Queen e` l’influenza che ancor oggi essi esercitano su molti autori contemporanei, come ad esempio Dennis Lehane, il cui Darkness, Take My Hand (1996) riprende e amplifica in maniera totalmente inaspettata le tematiche manipolatorie, appunto, di The Player on the Other Side. Il ragazzo (Lehane, intendo) ha evidentemente fatto le sue buone letture.

Angelo Ferracuti

L’esordio di Angelo Ferracuti risale al 1993 quando pubblica Norvegia, un libro che contiene otto racconti, lodevoli per la loro struttura piana, ma densa, corposa. Assai bello e acuto il pezzo Arrivarci da soli. Uno stile lento, preciso, adatto a descrivere la noia della vita di provincia, ma anche per scavare e andare a vedere che c’e` sotto questa noia.

Il 1997 e` l’anno dell’uscita dello straordinario racconto Nafta, ambientato a Fabriano. Qui Ferracuti affronta il tema -non certo consueto ne` alla moda- della vecchiaia e lo fa in modo duro, senza fronzoli ne` sentimentalismi. Il protagonista della storia si chiama Corrado Capanna, ma tutti lo chiamano Nafta. E` un vecchio tenace che per decenni ha fatto il camionista in giro per l’Europa e da giovane anche il pugile. L’uomo ripensa agli anni passati: ai lunghi viaggi, a una lontana amante, alla moglie e intanto assiste con rabbia al proprio decadimento fisico ed economico. Per strada e` picchiato da alcuni balordi, che gli portano via il portafoglio. Allora decide di rinchiudersi in una “Casa per anziani non benestanti” e forse proprio per questo i rapporti umani tra gli “ospiti” -che non hanno mance da elargire- e il personale della Casa sono aridi e bruschi. La storia densissima, che si srotola in poche decine di pagine, prende una piega inattesa quanto Corrado fa amicizia con un giovane sbandato (uno dei tre che lo aveva assalito) che si prende cura di lui e fa del vecchio il suo maestro, una specie di padre putativo.
Nafta e` un racconto breve ma che riesce a dire tantissimo della vita e lo fa senza annoiare minimamente il lettore. Benissimo ha fatto l’editore Guanda a riproporlo.

Nel 1999 esce Attenti al cane. La vicenda qui e` assai piu` complessa di quella narrata in Nafta, ma si svolge sempre in una cittadina marchigiana. Un postino conduce una vita quasi tranquilla, “quasi” perche` la curiosita` della vita degli altri lo porta ad aprire la loro corrispondenza, a leggerne il contenuto per poi farla sparire. Una curiosita` irresistibile che gli costa il posto di lavoro. Dentro la vicenda principale s’intrecciano, poi, tante storie cittadine. Per esempio quella nerissima di una donna alcolizzata uccisa dal marito. O quella del ferroviere tutto d’un pezzo che scopre casualmente che il figlio fa lo spacciatore, e in un attimo gli crolla il mondo addosso.

Ferracuti e` un attento e acuto osservatore della vita umana. Si`, un po’ come il postino di Attenti al cane. Una curiosita`, pero`, mai scissa da un forte rigore etico, troppo spesso assente in tanta narrativa contemporanea. Le sue storie emanano sempre un intenso calore umano, lo stesso che si puo` rintracciare anche negli scritti di Silvia Balestra e Claudio Piersanti, autori della stessa area geografica.
Nei libri dello scrittore marchigiano si percepisce sempre un disagio, la volonta` di scoprire, di non restare in superficie, di andare oltre le apparenze, di penetrare nell’intimita` dei suoi personaggi. Anche se poi c’e` sempre qualcosa che resta oscuro, nascosto, ambiguo. Nel suo stile asciutto e disadorno si avverte la presenza della lezione di Raymond Carver. In Attenti al cane il ritmo si e` velocizzato e c’e` come una maggiore sicurezza nelle proprie capacita` di narrare fatti dimessi e “poco importanti”. Storie di provincia che svelano solo “storie minori” (come viene detto nell’epigrafe a Norvegia che cita il grande Stig Dagerman), ma non per questo banali, trascurabili.
Contini defini` Romano Bilenchi un “osservatore militante”. Ecco, credo che una simile definizione possa andar bene anche per Angelo Ferracuti, accostabile allo scrittore toscano anche per la narrazione limpida e rigorosa, per lo sguardo largo e intenso con il quale afferra e avvolge le cose.

“Il mistero dell’acqua” di Kathryn Bigelow

Quando ti rendi conto che una regista come Kathryn Bigelow e` rimasta inattiva per oltre un lustro, c’e` veramente da arrabbiarsi: soprattutto quando il suo primo film dal 1995 e` bello come questo The Weight of Water -che esce da noi accompagnato da un titolo italiano brutto e un manifesto bruttissimo. Ci si scopre a pensare con rancore alla 20th Century Fox (che sostanzialmente ritiro` dalla circolazione un film discutibile ma interessante come Strange Days contribuendo non poco al suo tonfo commerciale) e persino a Luc Besson per il tempo che la Bigelow ha perso a preparare quel Giovanna D’Arco che poi Besson ha dovuto dirigersi da solo per poterci mettere la sua Milla.

Ma l’importante e` che la Bigelow sia tornata, e con un film in cui finalmente l’azione adrenalinica non distrae dalle psicologie e dall’atmosfera. Tratto da un romanzo basato su un fatto di sangue realmente accaduto attorno al 1870, Il mistero dell’acqua intreccia il “giallo antico” di due donne assassinate a colpi d’accetta con un noir contemporaneo di cui sono protagoniste due coppie di intellettuali che si concedono una vacanza in barca a vela che ha per meta il luogo del delitto.

Meglio evitare dettagli sulla trama, perche` il film e` di quelli da scoprire piano piano godendosi ogni svolta. Ma si puo` dire che fra la storia di ieri e quella di oggi rintoccano echi inafferrabili e inspiegati; e che, no: anche se qualche rivelazione piu` o meno inattesa salta fuori verso la fine, non ci saranno colpi di scena artificiosi, falsi finali o concordanze a rima baciata fra le due storie. I due fili narrativi si sviluppano pero` in un’incalzante e inestricabile alternanza fra l’oggi e lo ieri -e a pochi mesi da Frequency ce ne sarebbe gia` abbastanza per individuare in questo montaggio alternato sovratemporale una tendenza stilistica e narrativa degna di maggiore attenzione critica.

Il mistero dell’acqua e` un magnifico thriller tutto di testa, in cui i giochi di sguardi sono piu` importanti (e piu` profondamente inquietanti) dell’ombra di un’ascia che si profila su un muro: si pensa, insomma, piu` a Picnic ad Hanging Rock che a uno slasher, anche se il film dovrebbe far contenti anche i fanatici dell’horror grafico. La Bigelow gestisce da maestra i codici visivi e acustici del racconto cinematografico: la splendida fotografia di Adrian Biddle cambia personalita` da una scena all’altra, il ricorso a soluzioni come il bianco e nero e il freeze frame non e` mai gratuita ne` ovvia, e al suono e` dedicata un’attenzione che da sola meriterebbe al film una seconda visione.

E una terza visita sarebbe giustificata da un cast magnifico e magnificamente utilizzato: se Ciaran Hinds sembra abbonato a ruoli da vittima delle passioni, Sean Penn si conferma uno di quegli attori capaci di essere grandi senza apparentemente muovere un muscolo; il personaggio di Elizabeth Hurley e` capace di far dimenticare per sempre il cubetto di ghiaccio di Nove settimane e mezzo, mentre Catherine McCormack si e` trasformata -dalla sfortunata ma solare ragazzona di Braveheart– in uno splendido volto tormentato; last but not least da segnalare Sarah Polley, la ragazzina del Dolce domani (ma ancor prima la detestabile bambinetta del Barone di Munchausen di Gilliam), che domina tutto il flashback del film con occhi da cui e` pressoche` impossibile staccare lo sguardo.

Con Il mistero dell’acqua la Bigelow recupera finalmente la voce personale e originalissima dimostrata a suo tempo nel magnifico e troppo presto dimenticato Il buio si avvicina: una voce che sembrava essersi un po’ omologata nella pur magistrale confezione di actioners come Point Break, Blue Steel e lo stesso Strange Days -tutti realizzati durante il matrimonio dell’autrice con James Cameron. Stabilire se esista o meno un nesso fra la fine di quell’unione e lo stile di questo nuovo film e` un’impresa che si puo` lasciare ai biografi e agli appassionati di cronaca rosa: ma allo spettatore resta la soddisfazione di poter riaggiornare la lista dei propri registi preferiti.